Godflesh • Streetcleaner (1989)

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Fateci caso, quasi ogni creatura di Justin K. Broadrick porta nel nome un riferimento religioso a Dio o alla Cristianità. Sembra un’ossessione la sua, tanto che a distanza di anni e numerosi progetti non è ben chiaro se di quel Dio egli è vittima o carnefice. D’altronde come interpretare la copertina di Streetcleaner dei Godflesh (traducibile con “carne di Dio”), in cui le crocifissioni non sono tre in cima al monte Sinai, ma si disperdono a vista d’occhio in un campo oscurato da un cielo rosso fuoco. Chi siano quei poveri cristi nell’immaginario di Broadrick non ci è dato di saperlo, sta di fatto che la musica che accompagna una delle cover più notorie del metal tutto sembra la perfetta colonna sonora di una giornata di esecuzioni capitali. Lo stile dei Godflesh è quel tanto abusato industrial-metal che con Ministry e KMFDM (ma non solo) si era innalzato dal sottosuolo underground, per essere poi furbescamente reso umano dal volto di Mr. Reznor con Broken e The Downward Spiral. Una poetica – quella dei Godflesh – figlia dell’esperienza Napalm Death di cui Justin era stato chitarrista e degli esperimenti sonori dello stesso attore protagonista, fin dalla tarda adolescenza interessato alla ricerca del suono, tanto da poterlo quasi considerare un precursore dell’ambient dei Novanta col suo progetto Final.

La drum machine si fa voce di marce marziali, scandendo dei tempi rigidissimi entro cui la devianza delle chitarre e dell’impianto vocale si ritrovano circostritti, impossibilitati al movimento libero. E’ musica ferrea, un martirio in piena regola sia per l’ascoltatore che per il performer. In Streetcleaner siamo lontani dal nichilismo di cui tanti negli anni hanno parlato descrivendo questa musica. Ci troviamo invece di fronte ad un’opera immobilizzante, un anestetico per il corpo che non paralizza la mente, costretta invece ad osservare passivamente.

Streetcleaner e in generale la lezione dei Godflesh si riveleranno seminali per buona parte del metal a seguire. Si pensi all’immaginario morboso di Steve Austin o alle grida infernali campionate in “The Becoming” dei Nine Inch Nails del tutto accostabili a quelle di una “Devastator”. L’approccio vocale di Justin può essere visto anche come riferimento per le band del post-core, su tutti gli ISIS di Aaron Turner. Forse solo i contemporanei Swans possono dirsi più influenti su tale scena. Il gusto del macabro e dell’apocalittico poi sarà – ça va sans dire – mutuato da tanto di quel metal di ogni tipo che si fa prima ad alzare bianca di fronte ad un impossibile elenco.

Ma Streetcleaner è anche svolta nel percorso stesso di Broadrick, che bivacca per molti anni prima di tornare ad aggiornare sé stesso col progetto Jesu, figlio legittimo del padre Godflesh. La titletrack d’altronde è l’autentica radice di quell’industrial al sapore di shoegaze presente già dal primo episodio dei Jesu, di cui potrebbe anche far parte. “Life is death” è l’urlo finale, tanto per chiarire il suo punto di vista. L’opera si fa completa con la conclusiva “Locust Furnace”, in cui Broadrick e il fido compagno Christian Green disegnano il male su uno sfondo talmente sfigurato da non far sì che si riconoscano gli albori di potenziali progressioni post rock alla sua base.

Ci sono i Killing Joke poi a far capolino qua e là fra le fessure di un disco indissolubile, compatto come poco altro. Registrato per metà nell’industriale – non a caso – Birmingham e per metà a Derby, Streetcleaner si presta anche ad un’interpretazione concettuale più ragionata di quel che sembra a primo impatto, ovvero quella di un disco che sputa regole e coercizione senza ragionamento alcuno, ma come sola valvola di sfogo. In realtà la scelta di un sound più minimale nel primo lato apre le macabre danze per un finale in cui si aggiunge l’ulteriore devianza della seconda chitarra di Paul Neville, creando un crescendo infernale a cui ci si può solo sottomettere. Streetcleaner è l’opera più importante di una delle massime figure dell’industrial tutto, Justin K. Broadrick. Forse bastava solo questo per convincervi a possedere questo album.

 

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Info
Godflesh (1989) Streetcleaner

Godflesh

Streetcleaner, 1989

Produzione: Godflesh

Etichetta: Earache

Archivio:

Tracklist
01. Like Rats
02. Christbait Rising
03. Pulp
04. Dream long dead
05. Head dirt
06. Devastator/Might Trust
07. Life is easy
08. Streetcleaner
09. Locust Furnace
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo