Galaxie 500 • On Fire (1989)

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In fiamme. Cosa può esserci di così incendiario in un album che trasforma l’umiltà e la timidezza in punti di forza? Solo in apparenza ingannevole, il titolo del secondo album della band di Boston (composta da Dean Wareham, chitarra e voce, Naomi Yang, basso e Damon Krukowski, batteria) è in realtà l’ideale biglietto da visita del sound che i tre esplicitano dal 1988 (anno di uscita di Today): un rock tenue e siderale che, tuttavia, nasconde le fiamme di una nevrosi che trasforma la vita di ogni giorno in un susseguirsi di gesti vani e insensati. Prendendo spunto dai Velvet Underground del terzo album, da quel pop pensoso ed autunnale, i tre harvardiani fotografano la noia quotidiana con occhio crepuscolare e iperrealista: l’iniziale “Blue Thunder”, ipnotica e cullante, cerca rifugio in fantasie di fuga quasi da generazione beat, fino a quel finale in cui le chitarre prendono un po’ di coraggio e provano a graffiare sulla scia della rabbia di Wareham: “I’ll drive so far away”. “Tell Me” percorre lo stesso binario: cantilena scorata, chitarre luccicanti che si aprono in improvvisi accenni di distorsione, vagiti psichedelici. Il primo minuto di “Snowstorm” sembra richiamare le stordite note iniziali di “Heroin”, mentre il resto del brano è un alternarsi di languide sezioni strumentali in cui si evidenzia più chiaramente il lato psichedelico della band e il canto-mantra di Wareham. è ancora il fantasma velvetiano ad affacciarsi su “When Will You Come Home?”, in cui le chitarre riscoprono senza indugi le distorsioni e le melodie minimali del disco della banana per accompagnare un testo dalla disperazione quasi demenziale (“Makin’ noises like a dog/makin’ noises you can’t hear”) è chiaro come in questi brani sia presente una scintilla di entusiasmo, una voglia di rivalsa che sembra però spegnersi nel nulla dopo qualche timido tentativo di prevalere: “life sucks again” dichiara “Decomposing Trees” (impreziosita dalla presenza del Waitsiano Ralph Carney, qui torbido e allucinato sassofonista) la quale parte al solito in sordina (con sinistri tintinnii di sottofondo ad accompagnare la chitarra) e si va facendo via via più intensa fino allo sfogo finale che vede chitarra e sassofono uniti in una sarabanda quasi cacofonica per i loro standard. “Another Day” smorza di nuovo i toni: la voce è quella di Yang, l’atmosfera più spaziale che mai, mentre il testo sembra quasi riscoprire una qualche forma di ottimismo (“it’s okay if every day is not the same way”) mentre la concitata (e vagamente spagnoleggiante) “Leave the Planet” porta alle estreme conseguenze le fantasticherie escapiste di “Blue Thunder”. In chiusura, tuttavia, si torna alle tetre certezze di solitudine e noia con le quali si era intrapreso il discorso: “Plastic Bird” è carica di tensione e rimpianto, mentre “Isn’t It a Pity”, cover di George Harrison, fa calare il sipario su On Fire in un’atmosfera di rassegnata tristezza. Non prima, però, di aver consegnato al mondo persino un gioello pop come “Strange”, anti-inno alienato e paranoico (“Why’s everybody actin’ funny?/Why does everybody look so strange?”), vera stranezza (e che stranezza!) dell’album.

Il momento magico di On Fire rischiava di trasformarsi in un vicolo cieco: ecco dunque che This Is Our Music, del 1990, prova a irrobustire le tessiture rock-psichedeliche dei Galaxie con ritmiche più variegate e distorsioni più aggressive: senza ombra di dubbio, tuttavia, l’album che resterà nella storia del rock (e del pop) è On Fire: un bellissimo, tristissimo incendio in cui si perdono per sempre esistenze marginali, ricordi di estati lontane, desideri di fuga, amori irrecuperabili.

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Info
Galaxie 500 (1989) On Fire

Galaxie 500

On Fire, 1989

Produzione: Mark Kramer

Etichetta: Rough Trade

Archivio:

Tracklist
01. Blue Thunder
02. Tell Me
03. Snowstorm
04. Strange
05. When Will You Come Home
06. Decomposing Trees
07. Another Day
08. Leave the Planet
09. Plastic Bird
10. Isn't It a Pity
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo