Mark Hollis • Mark Hollis (1998)

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A sette anni di distanza dall’ultimo capolavoro di una delle band meno conosciute e assolutamente più importanti degli anni ’80, vale a dire Laughing Stock, il leader dei Talk Talk Mark Hollis torna sulla scena musicale rompendo il fin troppo prolungato silenzio con un sussurro di inarrivabile eleganza.
Memore dell’opera seminale dei Bark Psychosis, Hollis reinventa le coordinate dell’ormai fin troppo blasonato post rock, genere che lui stesso aveva contribuito a formare con netto anticipo sul resto del mondo. In realtà, la formula per l’omonimo debutto solista di Hollis è ben più unica e preziosa di qualsiasi lavoro cosiddetto post e, contemporaneamente, dimenticata in quel mare di uscite che caratterizzò il decennio scorso. Forse perché inattesa e atipica per il momento in cui fa la sua dimessa comparsa, più probabilmente perché la riscoperta di certa musica é stata, come risaputo, tardiva. Non è un caso, quindi, che fra le fila di chi questo album e la musica dei Talk Talk li ascolta da tempo ci siano coloro che giustamente guardano con occhio molto critico alla scena post rock, probabilmente più derivativa e inflazionata di quanto si pensava ai suoi esordi. Senza considerare l’esaltazione fino ad un certo punto giustificata per nomi che devono più di qualcosa alle innovative sperimentazioni della band inglese e delle quali spesso sfugge l’enorme importanza.
In questo discorso si inserisce perfettamente il primo e ad oggi unico disco solista di Mark Hollis. Difficile, infatti, notare ad un primo approccio l’enorme strumentazione elencata nel booklet di accompagnamento. La maestria in fase di produzione e mixing (curata per lo più dallo stesso Hollis, ma non va dimenticato l’apporto di Phill Brown per quel che riguarda i suoni) è la principale responsabile di una serie mirabile di incisioni e sovraincisioni, attraverso le quali i vari pianoforte, clarinetto, armonica, tromba e diversi altri si mescolano fino a creare quello che per i piu’ disattenti è un mero sfondo, quando in realtà è tutto il paesaggio in cui la voce, come sempre inconfondibile, intraprende il suo cammino. Non è raro ritrovarsi, all’ennesimo ascolto, con la scoperta di una nuova ed appena accennata nota di flauto o di oboe. Le melodie tradiscono un che di onirico, lo stesso tratto che caratterizzava le ultime produzioni dell’artista inglese. L’esplorazione musicale di Hollis in questo caso arriva tuttavia dalle parti della classica attuale e del jazz, e quindi più in là di quanto fatto con i Talk Talk. Ma, al tempo stesso, verso un’altra destinazione. Un punto di arrivo piu’ minimale e riflessivo, la cui intimità lo colloca su una dimensione del tutto impensabile per gli standard rock di quel periodo.
Hollis si muove con i vuoti, ma invece di riempirli, li dissemina nel corso di tutta l’opera, come salti nel buio di un percorso interiore, come se stesse giocando a rompere il silenzio di una sua riflessione. Lo stesso silenzio che precede l’opener “The Colour of Spring” e segue la conclusiva “A New Jerusalem”, un’assenza più tormentata e significativa di tante banali soluzioni stilistiche. E ancora, lo stesso silenzio che come delicata punteggiatura separa una ad una le parole, nella cui scelta e pronuncia Hollis arriva laddove non era mai giunto, donando una carica tale all’interpretazione da inondare di luce il bianco e il nero che circondano ogni pezzo e che rappresentano la base dell’artwork.
Nel suo metaforico viaggio, l’autore volge lo sguardo agli orrori della guerra, all’assurdo dell’identità, alla vergogna dell’umanità. L’immaginario non potrebbe essere più evocativo ed attuale, e Hollis non poteva trovare modo migliore per suggellare il legame fra liriche e musica, contemplativo e ugualmente rivelatore di orrori sempre così vicini. Spaziando tra l’acustica del folk, la classica più contemporanea, il jazz e addirittura transizioni ambient, l’album è l’indiscutibile conferma del gusto raffinato di Mark Hollis per una concezione di arte così personale da essere non solo perfettamente riconoscibile, ma al tempo stesso e in misura maggiore di ardua catalogazione. Così come sono stati ripresi e rivalutati gli ultimi episodi della discografia dei suoi Talk Talk, non di meno meriterebbe il suo enorme debutto, vera e propria avanguardia nel senso più puro del termine e tranquillamente considerabile il Rock Bottom degli anni ’90.
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Info
Mark Hollis (1998) Mark Hollis

Mark Hollis

Mark Hollis, 1998

Produzione: Mark Hollis

Etichetta: Polydor

Archivio:

Tracklist
01. The Colour of Spring
02. Watershed
03. Inside Looking Out
04. The Gift
05. A Life (1895-1915)
06. Westward Bound
07. The Daily Planet
08. A New Jerusalem
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo