The Flaming Lips • The Soft Bulletin (1999)

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Ci sono voluti quasi venti anni perché i Flaming Lips raggiungessero il riconoscimento tanto agognato. Non fosse stato per The Soft Bulletin, probabilmente nel decennio successivo non sarebbero mai potuti andare in giro per il mondo con il loro carrozzone pieno di bolle, stelle filanti, confetti e laser psichedelici. Non saremmo qui a raccontarvi di uno dei gruppi più influenti e poliedrici del rock indipendente americano.

Ci sono almeno altri tre dischi strepitosi dei Flaming Lips degli anni Novanta, e sono In a Priest-Driven Ambulance (del 1990), Transmissions From the Satellite Heart (1993, che conteneva il celeberrimo singolo “She Don’t Use Jelly”, vale a dire il loro primo vero successo), e soprattutto Clouds Taste Metallic (1995), album imprescindibile per chiunque poi si sia confrontato sul tema “come creare del sano noise pop psichedelico”. Nell’ultimo dicembre del secolo, mentre il Times si limita a includere i Flips tra le migliori band del pianeta, l’NME elegge The Soft Bulletin album dell’anno 1999 definendolo come il caso discografico più sbalorditivo di quell’annata, e Uncut spara un ancor più evocativo “unlike anything, ever”. Memorabile anche la performance da Jools Holland, che certifica – assieme a tutto l’entusiasmo della critica – il fatto che il nuovo corso di Wayne Coyne e amici non passa esattamente inosservato, perlomeno a chi il rock lo segue con attenzione. Impossibile dare torto alla stampa britannica d’altronde: The Soft Bulletin è un clamoroso esempio di pop indipendente, laccato e come si suol dire bombastico, cioé pomposo e artefatto come un disco dei primi Queen (“The Gash”), ma che non perde mai quello spirito indie che lo distingue dalla psichedelia forzata di Porcupine Tree o Marillion qualunque (d’altronde, come insegnano gli stessi Floyd, a volte bastano pochi accordi come in “What Is the Light?” per creare qualcosa di memorabile in tale direzione). L’esperimento di Zaireeka – che più di sconvolgere per l’idea dei quattro cd da suonare contemporaneamente, voleva semplicemente segnalare il corso tutto nuovo della band – ha portato a un nuovo approccio nell’utilizzo dello studio di registrazione da parte di Wayne e compagni: qualcosa di impensabile per quei ragazzi che avevano iniziato a suonare con degli strumenti rubati in una chiesa di Oklahoma City. Le melodie sono pazzesche, a tratti commoventi per interpretazione e abbellimenti di corredo (“A Spoonful Weighs a Ton”, “The Spark That Bled”), e le immagini che le parti strumentali evocano sono irregolari come le ombre della copertina. “Race for the Prize” e “Waitin’ for a Superman” sono i due pezzi che verranno più facilmente ricordati, ma sarebbe gravissimo tralasciare la brillantezza di molti altri momenti di un lavoro superlativo nel suo insieme, così visionario, colorato e melanconico al contempo. Melanconia, una parola chiave per distinguere questo album da tutti gli altri dei Flips. La differenza maggiore fra The Soft Bulletin e fior di LP come Yoshimi, Embryonic o Clouds Taste Metallic risiede proprio nell’atmosfera riflessiva, moody e a tratti compassionevole delle sue trame. Se negli altri è il pop scanzonato, visionario, più o meno drogato a farla da padrone, qui gli stessi colori assumono sfumature tendenti a uno spleen malinconico, senza però trasformarne la dimensione in un martirio esistenzialista rassegnato al peggio.

Allargando il discorso e senza particolare riferimento a quanto appena interpretato, The Soft Bulletin è stato il disco che forse meglio di tutti ha saputo rispondere al monolite Ok Computer, invero l’album che più di tutti ha segnato il pop dell’ultimo lustro di secolo. In un periodo in cui molti in sala di registrazione hanno voluto ribattere o rintuzzare l’inclinazione musicale e gli umori metro-espressionisti dei Radiohead – per altro spesso con responsi alterni, si pensi a 13 dei Blur, Up degli R.E.M. o lo stesso The Fragile di Reznor che per un bel pezzo è rimasto incompreso – i Flaming Lips hanno saputo reinventarsi senza snaturare la loro poetica trasognata e pop. I limiti di Wayne Coyne lo hanno reso credibile e umano all’interno di una fantasticheria ampollosa e ridicola che rimanda ai Queen di A Night at the Opera. Laddove l’ironia amara di Mercury veniva travisata per egocentrismo cafone, i Flaming Lips sono invece riusciti a risultare sinceri.

Assieme a Ágætis Byrjun dei Sigur Ròs, risulta come l’ultimo capolavoro assoluto del decennio, e a ben vedere, l’unico difetto di The Soft Bulletin è proprio quello di aver oscurato la fase precedente della band, i loro veri anni ’90, perché questo disco era già oltre.

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Info
Flaming Lips (1999) The Soft Bulletin

The Flaming Lips

The Soft Bulletin, 1999

Produzione: Flaming Lips, Dave Fridmann, Peter Mokran

Etichetta: Warner

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Tracklist
01. Race for the Price·
02. A Spoonful Weighs a Ton
03. The Spark That Bled
04. Slow Motion
05. What Is the Light?
06. The Observer
07. Waitin' for a Superman
08. Suddenly Everything Has Changed
09. The Gash
10. Feeling Yourself Disintegrate
11. Sleeping on the Roof
***
12. Race for the Price (remix)
13. Waitin' for a Superman (remix)
14. Buggin'
xx. The Spiderbite Song·
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo