Slayer • Reign in Blood (1986)

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Narra la leggenda che quattro ragazzi americani lungocriniti entrarono in studio con Rick Rubin per registrare un disco chiamato Reign in Blood. Nelle loro intenzioni doveva durare 34 minuti. Quel che uscì dallo studio furono dieci canzoni per un totale di 29 minuti.

Avevano suonato il disco molto più velocemente del previsto. Forse questa storiella non è vera (anche se tutti vorremmo che lo fosse), ma basta per caratterizzare quello che è probabilmente il disco di musica pesante più importante degli ultimi vent’anni. Non che prima la carriera degli Slayer andasse male, anzi. I primi due dischi in studio (“Show No Mercy” e “Hell Awaits”) avevano ingolosito pubblico e critica, che vedeva in loro e in pochi altri nomi (Metallica, Megadeth) il perfetto esempio di quello che il metal doveva diventare. Ovvero più pesante, più veloce, più cattivo. Musica che facesse male ai benpensanti ed esprimesse rabbia, voglia di ribellione e di urlare cose proibite in faccia alla gente. Soprattutto, musica che avesse il coraggio di fare cose mai pensate prima, per pudore o buongusto. Tom Araya, Kerry King, Jeff Hanneman e Dave Lombardo non tradirono le attese.

Si fa prima ad ascoltare Reign in Blood che a raccontarlo. Kerry King racconta che “ascoltavamo i dischi di Metallica e Megadeth e ci piacevano, ma trovavamo noioso tutto quel ripetere riff e strutture. Tagliando una parte qui e una parte là si possono ottenere dischi molto più brevi e intensi“. Detto in altre parole, suonare heavy metal con uno spirito hardcore. Che è poi il segreto di Pulcinella degli Slayer, sicuramente il più punk di tutti i gruppi metal nati ed esplosi negli anni ’80.
E così, “Reign In Blood” si apre con la canzone più lunga e articolata del disco, quella “Angel of Death” i cui temi fecero scalpore al tempo, e prosegue con una serie ininterrotta di (termine tecnico) mazzate sui denti. Non ci sono stacchi acustici, momenti cadenzati, pause o silenzi. Solo una canzone dopo l’altra, un riff dopo l’altro, un urlo dopo l’altro, un assolo dopo l’altro. Poca o niente tecnica personale, se persino l’oggi fenomenale Dave Lombardo infila qui e là qualche imprecisione. Poco o niente gusto melodico, tanto che gli assoli di King e Hanneman suonano molto simili a “schiaccio tasti della chitarra a caso e smanetto con la leva del bending”. I pezzi sono semplici, strofa-ritornello-strofa-ritornello e via andare. Il riffing è essenziale ma a suo modo innovativo, tanto che in alcuni frangenti (“Necrophobic”, “Jesus Saves”) si sentono i primi germi del futuro death metal. Tom Araya urla come un ossesso, senza (miracolosamente) mai perdere di vista l’anthemicità o la cantabilità (a modo suo). Anche di questo va dato atto alla band. Gli unici momenti in cui ci viene concesso di tirare il fiato arrivano prima della quasi-titletrack “Raining Blood”. Pioggia, tuoni, immaginario sabbathiano calato però in un bagno di sangue e interiora, prima dell’ennesima esplosione. Basterebbero le idee contenute in questa canzone per riempire discografie intere di inutili band-clone.

Una piccola (ma significativa) menzione va alla produzione di Rick Rubin, vero e proprio valore aggiunto di Reign in Blood: maggiore pulizia, maggiore potenza, un mix migliore rispetto ai due dischi precedenti. Difficile immaginare queste canzoni con suoni diversi. Difficile immaginare dove sarebbe arrivato poi Rick Rubin, al tempo arrivato appena al quarto disco prodotto. E dopo aver parlato di musica e del dato tecnico ci sarebbero le mille questioni di immagine, la copertina che pareva dovesse bloccare la pubblicazione del disco, la parola “morte” ripetuta centinaia di volte in guise diverse, le accuse di nazismo e razzismo. Storielle collaterali che spesso distolgono l’attenzione dalla musica, e sulle quali sicuramente gli Slayer stessi hanno ricamato a dovere per farsi pubblicità; o magari, più semplicemente, perché erano dei gran cazzoni e si divertivano a giocare con qualcosa di più grosso di loro.

Ma in fondo anche questa è mitologia, che fa sorridere o poco più. Soprattutto a distanza di ventidue anni, soprattutto in un mondo che conosce tante e tali brutture che confrontarle con alcuni testi di Reign in Blood ti fa esclamare “Saigon era Disneyland a confronto!”. Quello che resta è la carica rivoluzionaria che quelle parole, quell’immaginario, quel modo di porsi e proporsi avevano al tempo. E soprattutto resta la musica. Che non è solo violenta, veloce e schiacciaossa. È soprattutto vera e sincera. “Reign In Blood” era e resta uno dei dischi più pesanti e cattivi di sempre, ma di una cattiveria che non ha un’oncia di costruito, non ha alcuna patina su di sé. Non c’è trucco non c’è inganno, c’è solo l’etica del do-it-yourself applicata ad un suono che all’epoca era davvero nuovo e che tuttora fa proseliti e suscita rispetto.
Diciamolo: nessuno era mai stato così estremo come gli Slayer di Reign in Blood, se non gli Slayer stessi (che però nei dischi successivi sperimenteranno anche soluzioni più d’atmosfera). Certo molti hanno attinto da qui dentro riff, idee, un intero immaginario. Ma, per dirla con le parole di qualcuno su cui Tom Araya avrebbe sicuramente scritto un testo alquanto interessante, Come Te Nessuno Mai.

E se non conoscete, se siete diffidenti, se sorridete di fronte a queste cose, se vi sentite superiori, se vi piacciono i Mastodon (un gruppo che ha preso molto dagli Slayer) ma in fondo sono gli unici metallari che per voi hanno senso perché sono anche intelligenti, se volete scoprire un pezzettino (-one, -onissimo) di storia della musica pesante, anche solo se siete stressati da una lunga giornata di lavoro e volete sfogare TUTTO quello che avete dentro… provate a farvi travolgere da questo disco.

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Info
Slayer (1986) Reign in Blood

Slayer

Reign in Blood, 1986

Produzione: Rick Rubin

Etichetta: Def Jam

Archivio:

Tracklist
01. Angel of Death
02. Piece by Piece
03. Necrophobic
04. Altar of Sacrifice
05. Jesus Saves
06. Criminally Insane
07. Reborn
08. Epidemic
09. Postmortem
10. Raining Blood
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo