Arctic Monkeys • Whatever People Say I Am, That’s What I Am Not (2006)

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Sono già delle celebrità quando esce Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not, il disco d’esordio degli Arctic Monkeys e uno dei casi discografici più significativi dell’era Internet, visto che grazie al passaparola le sue 13 canzoni erano patrimonio popolare ben prima della pubblicazione da parte della Domino, sempre attenta nella ricerca del meglio dell’underground britannico. Impossibile stare fermi quando “When the Sun Goes Down” decide di farti ballare, spettacolare il riff in duetto di chitarre di “The View from the Afternoon”, che non può non ricordare i Television, incredibile la qualità delle b side sparse in singoli ed EP del periodo. C’è anche quella “I Bet You Look Good on the Dancefloor” – indiscutibilmente uno dei singoli del decennio – che sfida sul loro stesso campo gli Strokes, con la differenza che gli Arctic Monkeys hanno più irruenza, sono più dinamici, divertenti, vivi. Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not è un capolavoro popolare, raggiunge il record di vendite in una settimana che resisteva dal 1994 con Definitely Maybe degli Oasis, di cui giusto alla lontananza ricorda l’ingenuità di brani come “Digsy’s Dinner” o “Bring It On Down”. Ma Alex Turner è un personaggio dall’immaginario pop ben più ricco di quello dei fratelli Gallagher, e fra citazioni di Shakespeare, Duran Duran, Police, poeti emergenti dello Yorkshire, riferimenti musicali agli Smiths, ai Pulp che come loro sono di Sheffield, e inevitabilmente a tutta la scena mod, le Scimmie Artiche riescono davvero a stupire per la loro precocità, oltre che per la perizia tecnica delle performance di Matt Helders – a dir poco prodigioso alla batteria – e per la qualità complessiva del songwriting.

Bastano i primi venti secondi di “I Bet You Look Good on the Dancefloor” per rendersi conto della grandezza degli Arctic Monkeys. Quel dialogo chitarre/sezione ritmica seguito da un mini assolo della chitarra solista arrivò come un fulmine a ciel sereno nelle radio, nei club e, ultimi ma non meno importanti, nei lettori mp3 di mezzo mondo. Venti secondi dopo i quali il gruppo di Sheffield si era già insediato sul trono della next big thing del momento. Alex Turner, Matt Helders, Jamie Cook e Andy Nicholson, quattro ragazzi appena ventenni che con il loro disco d’esordio riuscirono a superare il primato di vendite degli Oasis di dodici anni prima, 363.735 copie vendute nella prima settimana. Stupefacente pensare che una cosa simile possa essere accaduta ai tempi del p2p, ma le scimmie artiche, partite coverizzando Strokes e Queens of the Stone Age nel 2002, si erano già guadagnate un seguito crescente non solo mediante un’incessante attività live, ma anche grazie al p2p stesso, attraverso il quale il loro demo Beneath the Boardwalk girava nei computer dei teenager di mezza Inghilterra. Straripanti attenzioni riservate al gruppo (se ne dichiarò fan persino Tony Blair!), follia collettiva di altri tempi e hype che usciva dalle orecchie: la marcia di avvicinamento al gennaio 2006 fu una corsa verso il successo in cui gli unici protagonisti furano solamente la band stessa e il pubblico. In questo la band diventa quasi un simbolo della silent generation, poiché per la loro generazione Internet non è più un’innovazione ma uno strumento acquisito che si impara a utilizzare parallelamente al telefono e alla televisione. Stando così le cose, chi ha bisogno che il New Musical Express stabilisca quale sia il prossimo gruppo su cui puntare? Nessuno, “fuck off NME, decido io cosa ascoltare!”. Ed è questo uno dei motivi per cui Whatever People Say I Am, That’s What I Am Not è già un classico di questi anni, perché capolavoro già entrato nella coscienza popolare, opera non solo ottima musicalmente ma con rilevanza socio musicale altrettanto elevata, fondamentale alla pari di Is This It e dell’omonimo dei Franz Ferdinand per le storie rock dei 2000. Il secondo motivo, e che può essere giustificazione per preferire il disco qui presentato ai suoi due predecessori, risiede in uno spirito irriverente e giovanilistico che non si sentiva in giro dai tempi dei Ramones e che influenza la materia musicale (sempre facente parte del post punk revival/new new wave) della band: nessuno dei gruppi facenti parte della stessa scena/movimento ha mai suonato in maniera così energica e vitale. La musica degli Arctic Monkeys è una trottola impazzita: il gruppo accelera, frena, riparte, fa una giravolta e la fa un’altra volta senza stare fermo un secondo. La struttura verse, chorus, verse, solo, chorus viene mandata in mille pezzi e ricomposta ogni volta diversamente nelle 12 tracce (scegliere autonomamente la vostra preferita please) del disco, c’è una frenesia quasi mod che scomoda addirittura i singoli dei primissimi The Who. Esemplare frontman di tutto questo è Alex Turner, tipica faccia da schiaffi inglese, uno a cui augureresti qualche piccola sfiga per toglierli quell’aria furbetta dal ghigno, ma a dire la verità inutilmente, perché il cantante, chitarrista e autore dei testi sembra una di quelle persone scelte dal destino, un semidio sprezzante e sostenuto a cui nulla possa andare storto. Assieme alle ritmiche indiavolate di Matt Helders (degno erede della spinta propulsiva selvaggia e animalesca di John Bohnam) è lui il valore aggiunto del gruppo, paroliere specchio dei suoi coetanei (attraverso le sue fantastiche storielline su attività adolescenziali di provincia potrete farvi una cultura su slang giovanile e espressioni dialettali come owt), ma soprattutto un’icona trasversale che dal rock mancava dalla sparo di Kurt Cobain. Attraverso la sua straripante personalità il gruppo riesce a trasportare con estrema efficacia stilemi passati nel presente e farli aderire allo spirito del tempo. La musica degli Arctic Monkeys, pure non inventando nulla, è completamente e solamentenaughties: non richiama nessun’altro gruppo o stile alla mente, suona nuova e fresca ed ha inoltre avuto sulla scena musicale l’effetto che ha soffiare via la polvere da un vecchio libro. Questo disco è stato il suggello finale sull’indie rockcontemporaneo: dopo l’uscita di Whatever People Say I Am, That’s What I Am Not per rimanere al passo coi tempi era solo possibile cambiare strada. Citando dal libretto del cd: “They can all say what they want now but they’ll never do what we’ve done”, signore e signori, gli Arctic Monkeys.

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Arctic Monkeys (2006) Whatever People Say I Am, That’s What I Am Not

Arctic Monkeys

Whatever People Say I Am, That’s What I Am Not, 2006

Produzione: Jim Abbiss e Alan Smyth

Etichetta: Domino

Archivio:

Tracklist
01. The View from the Afternoon
02. I Bet You Look Good on the Dancefloor
03. Fake Tales of San Francisco
04. Dancing Shoes
05. You Probably Couldn't See for the Lights but You Were Staring Straight to Me
06. Still Take You Home
07. Riot Van
08. Red Light Indicates Doors Are Secured
09. Mardy Bum
10. Perhaps Vampires Is a Bit Strong but..
11. When the Sun Goes Down
12. From Ritz to the Rubble
13. A Certain Romance
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo