Pavement • Slanted and Enchanted (1992)

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Può capitare di ritrovarsi nel fiore della gioventù, senza un soldo in tasca e con qualche strumento musicale a disposizione. Si può cominciare a macinare note e ad urlare davanti a un microfono, ed è possibile che il risultato diventi, in qualche modo e nonostante qualche incertezza, arte. Scenari simili si affacciano alla mente mentre si ascolta Slanted & Enchanted, opera prima dei californiani Pavement: Stephen Malkmus (voce), Scott Kannberg (voce, chitarra, basso) e Gary Young (batteria e percussioni). Registrato in parti diverse negli South Makepeace Studios di Brooklyn e nello studio casalingo di Young, Louder Than You Think, Slanted and Enchanted esibisce un’estetica minimale, sporca e, si direbbe, anti-mainstream: si tratta, comunque, di una caratteristica solo in parte attribuibile a precise intenzioni artistiche. Mescolando reminiscenze Velvetiane, rumorismi alla Sonic Youth e un certo gusto per l’approssimazione derivato da una smodata passione per i Fall di Mark E. Smith (il quale avrà tuttavia parole di fuoco per la band) i Pavement avevano preparato il terreno attraverso la pubblicazione di alcune raccolte di singoli in cui davano libero sfogo al proprio lato più aspramente lo-fi: Slay Tracks (1933-1969), Demolition Plot J-7, Perfect Sound Forever. L’album era già in circolazione su musicassetta quando, nel 1992, fu dato alle stampe dalla Matador. Una vera fortuna.
Il titolo dell’album è mutuato da un fumetto creato dal Silver Jew David Berman, e spiega mirabilmente le caratteristiche dell’album, nel bene e nel male: buffo, sbilenco, talvolta dispersivo e non sempre lucido dal punto di vista del songwriting, ma anche pregno di una sublime attitudine pop e, al tempo stesso, di un’accattivante ingenuità. In poco più di mezz’ora, infatti, si assiste a una fusione quasi miracolosa di melodie scintillanti e rumore grezzo, di gusto per il nonsense e improvvise aperture sentimentali, di tenerezza, innocenza e rabbia screziata di teen spirit (ma senza pretese generazionali). Malkmus, con voce sonnolenta e distaccata, gioca con le parole dando vita a una sorta di ruvido surrealismo urbano che mescola frammenti di vita quotidiana, immagini stralunate e dichiarazioni criptiche. L’album prende il via proprio da una vignetta d’amore adolescenziale: con le sue chitarre nervose, il suo basso malinconico e la reediana dizione parlata di Malkmus, “Summer Babe (Winter Version)” si presenta come una delle migliori opener di sempre, una gemma pop fatta e finita, nonostante la qualità domestica della produzione. Una vera e propria serenata slacker, se mai ne è esistita una. La successiva “Trigger Cut/Wounded Kite At :17” è probabilmente la traccia più apertamente rock dell’album, quella in cui i tre di Stockton rinunciano senza remore all’auto-sabotaggio in nome dell’indie cred, mentre l’atmosfera si fa decisamente torrida e nevrotica nell’irrequieta “No Life Singed Her” (introdotta da un Malkmus in versione sindrome di Tourette) e nell’ansiogena “In the Mouth of a Desert”, nella quale la tensione, pur palpabile, trova sfogo soltanto nelle note minacciose del basso e nell’angosciato ritornello. La furibonda “Conduit for Sale!” mescola il bizzarro stream of consciousness di Malkmus a strofe jazzate che esplodono improvvisamente in un ritornello minimale che si fa sempre più ossessivo fino all’eruzione finale, subito dopo ci pensa la candida “Zurich Is Stained”, con le sue dolci sfumature country e il suo ritornello quasi impercettibile, a riportare il sound pavementiano su lidi più distesi e sognanti. Con la superflua e anonima scheggia noise di “Chesley’s Little Wrists” si apre, a parere di chi scrive, la fase meno riuscita dell’album: brani come “Loretta’s Scars”, “Perfume-V” e “Fame Throwa” sfruttano i modelli compositivi che fanno la fortuna dei primi cinque brani con risultati meno brillanti seppur non disprezzabili, mentre il coro da pub di “Two States” sa di incompiuto, così come la fumosa melodia psichedelica che spezza il mantra di “Jackals, False Grails: The Lonesome Era” e la stanca, swingante conclusione di “Our Singer”. Rimane spazio, tuttavia, per apprezzare l’incantevole e depressa “Here”, la quale, pur perdendosi in un mare di immagini fra le quali non sembra esserci correlazione alcuna, riassume l’infinita tristezza dell’adolescenza in un solo, lapidario distico: “I was dressed for success/but success it never comes”.
Citato da molti critici fra i migliori e più influenti album di sempre, Slanted and Enchanted non è stato sempre valutato in maniera obiettiva. Non è tutto oro ciò che luccica, e certe cadute di stile abbassano il punteggio complessivo, ad ogni modo, la magia sprigionata dalle atmosfere dei brani che lo compongono riesce ad ammaliare e a far respirare il profumo dell’entusiasmo e della gioia che solo la creazione di un’opera d’arte può regalare. Pur restando sempre ancorati al mondo indie tramite la Matador e avvicinandosi solo timidamente al vero e proprio successo di massa, i Pavement abbracceranno un sound meno ruspante e più professionale nei successivi album (fra cui va citato il fantastico Crooked Rain, Crooked Rain del 1994) e, dopo il tiepido Terror Twilight del 1999, Malkmus si darà alla carriera solista. In nessun caso, comunque, Slanted and Enchanted è stato eguagliato. Talvolta è questa la sorte di ciò che viene prodotto con poco, nell’intimità di casa propria, macinando note e urlando davanti a un microfono.

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Info
Pavement (1992) Slanted and Enchanted

Pavement

Slanted and Enchanted , 1992

Produzione: Pavement

Etichetta: Matador

Archivio:

Tracklist
01. Summer Babe (Winter Version)
02. Trigger Cut / Wounded-Kite at :17
03. No Life Singed Her
04. In the Mouth a Desert
05. Conduit for Sale!
06. Zürich Is Stained
07. Chesley's Little Wrists
08. Loretta's Scars
09. Here
10. Two States
11. Perfume-V
12. Fame Throwa
13. Jackals, False Grails: The Lonesome Era
14. Our Singer
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo