Mastodon • Leviathan (2004)

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Diceva un saggio che i grandi dischi sono quelli che dividono, che se sono tutti d’accordo c’è qualcosa sotto, che l’arte è rottura col passato e quindi polemica. Se tutto ciò corrisponde a verità, allora i Mastodon sono uno dei gruppi più importanti degli ultimi dieci anni. Provate a guardarvi in giro. Ci sono i metallari che li schifano perché sono troppo hardcore, perché lui caccia urlacci invece che cantare e perché non sono abbastanza raffinati. Poi ci sono gli hardcorers evoluti che preferiscono le atmosfere dilatate e intellettuali di Neurosis e Isis a questo casino da metallari. I rocker che li hanno scoperti grazie a Josh Homme e Cedric Blixer-Zavala non capiscono tutta l’attenzione intorno a questi redneck barbuti e ignoranti. Lungi da noi volerci porre come illuminati o detentori di un segreto trascendentale, ovviamente. Ma crediamo che tutte e tre le categorie sopra elencate siano nel torto marcio.
È dai tempi di Remission, disco d’esordio uscito su Relapse nel 2002, che qualcuno grida al miracolo. In quel disco, i ragazzi di Atlanta univano certe armonizzazioni tipicamente heavy metal a cavalcate prese a forza da un disco a caso degli Slayer; il tutto veniva amalgamato con un approccio fisico tipicamente hardcore, una tendenza al rallentamento propria dello sludge, momenti più sospesi e psichedelici di scuola Neurosis… insomma, una serie infinita di influenze e ispirazioni che, negli ultimi anni, è facile ritrovare in una buona percentuale di band alternative. Quello che fa la differenza nei Mastodon è, manco a dirlo, la personalità. Che si traduce, in questo caso, in senso della misura. Lontani da tentazioni tipo “ficchiamo dentro un po’ di tutto, facciamo la prima canzone che sembrano i Neurosis mischiati con gli Slayer e poi dopo invece facciamo gli Isis che coverizzano Nilla Pizzi”, i dischi dei Mastodon spiccano perché hanno un senso, una direzione. Ed è così che arriviamo a parlare di Leviathan, probabilmente il loro disco più bello, sicuramente il più significativo per definire il loro suono e il loro ruolo nella scena musicale odierna.Leviathan è un disco sul Moby Dick di Melville. Diremo di più: Leviathan è un disco che coglie alcuni aspetti del Moby Dick di Melville e li trasporta alla perfezione in musica. Moby Dick è un libro sulla ricerca che diventa ossessione, sul sacrificare la propria vita per un’ideale, è un libro che parla di paranoia e follia, della materializzazione delle paure di ognuno in una grande bestia impossibile da uccidere. Proprio per questo è un libro senza tempo. “White whale, holy Grail”, sbraita Brent Hinds in “Blood and Thunder”. È un riferimento ad un altro archetipo della letteratura di ricerca, che dimostra come i Mastodon abbiano capito l’opera e l’abbiano fatta loro. 

“There’s an open wound placed upon my heart in anger’s rage
If we open up a spirit, a spirit that can bleed
Ahab the leading lad we can trust his obsession carries them
Meet us at the temple healing all the crippled”

Leviathan è Ahab e la sua ricerca, non più vista dagli occhi di un osservatore quasi incredulo ma dal cuore nero di chi cerca vendetta. È questo cambio di prospettiva il primo segnale della grandezza di questo disco.

Ma come è stato possibile tradurre tutto questo in musica? A mazzate. Non illudetevi, Leviathan è un disco violento e psicotico, come le onde del mare in tempesta ma soprattutto come un cervello in preda alla follia. Siamo comunque ad un livello di songwriting più approcciabile rispetto a Remission: le strutture sono state asciugate e rese più lineari, i riff sono più melodici e meno (parola intraducibile) mind-twisting. C’è persino qualche ritornello che tende all’anthemico/epico. È anche questo che rende Leviathan un grande disco: prende alla pancia più che alla testa. Il che non significa che sia più leggero del suo predecessore. È più nero, più denso e più soffocante. Merito di un suono da manuale dell’estremo, opera di Matt Bayles. Merito di come le due chitarre si intrecciano, lasciando raramente un attimo di respiro. Merito delle voci di Brent Hinds e Troy Sanders – e anche, perché no?, di un’ospitata d’eccezione come quella di Scott Kelly a nobilitare “Aqua Dementia”. Merito anche di Brann Dailor, uno dei grandi batteristi dei nostri tempi (senza esagerazione), scuola Today Is The Day, suono e tocco presi di peso da John Bonham, tecnica sopraffina al servizio di fantasia e inventiva. Ma soprattutto merito di come questi elementi si incastrano e si completano a vicenda.
Ecco, forse il grande segreto dei Mastodon è un po’ un uovo di Colombo: non un batterista un chitarrista un bassista un chitarrista, ma un’unica creatura che suona all’unisono.

Si sono sprecati paragoni ingombranti parlando di Mastodon. Uno tra quelli che ci sentiamo di appoggiare è quello con i Metallica del primo periodo – quattro musicisti di buon livello con una visione artistica ben precisa e idee chiare sulla direzione da prendere. Un tutto superiore alla somma delle parti. Probabilmente non è un caso la citazione di “The Call of Cthulhu” inserita all’inizio di “Hearts Alive”, traccia-monstre che chiude il concept di Leviathan.

Difetti? No grazie. Questo disco rappresenta innanzitutto un universo musicale e concettuale tra i più affascinanti usciti dalla musica estrema negli ultimi anni. È epico senza essere di cattivo gusto. È cervellotico senza essere freddo. Riesce a travolgere ma anche a coinvolgere e (perché no?) a commuovere. È un’opera completa, di quelle che si gustano meglio con la copertina davanti e i testi sott’occhio. Completa e monolitica. S’è notato che nella recensione ci sono pochi o nessun riferimento alle singole canzoni? Ciascuno ha la sua preferita, e generalmente è valida la teoria secondo cui “la canzone più bella di Leviathan è tutto il disco”. Il secondo lavoro dei Mastodon è un’opera di cui capire il mood e gli intenti più che le singole canzoni. Ed è forse per questo che, pur avendo una compattezza che nel metal non si sentiva da tempo, non è stato ancora recepito/capito/apprezzato quanto meriterebbe.
Noi per conto nostro vi consigliamo di gettarvi tra le fauci della bestia, perché Leviathan è il metal negli anni ’00.

 

There’s magic in the water that attracts all men.

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Info
Mastodon (2004) Leviathan

Mastodon

Leviathan, 2004

Produzione: Matt Bayles

Etichetta: Relapse

Archivio:

Tracklist
01. Blood and Thunder
02. I Am Ahab
03. Seabeast
04. Island
05. Iron Tusk
06. Megalodon
07. Naked Burn
08. Aqua Dementia
09. Hearts Alive
10. Joseph Merrick
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo