Can • Tago Mago (1971)

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Krautrock. Termine che in ambito giornalistico-musicale identifica la scena musicale tedesca dei primi ’70 e degli ultimi ’60, caratterizzata da un approccio avanguardistico e free form alla materia rock. Molte categorie musicali risultano spesso vaghe e ben poco definibili in sé, il termine krautrock è ancor meno esemplificativo della musica che dovrebbe classificare, soprattutto perchè subdolamente discriminante, per non dire razzista. Un po’ come spaghetti western per intenderci, che a pensarci bene non è proprio una etichetta benevola. Ma tant’è che altro termine non trovarono i critici anglofoni per definire il sound di band distanti anni luce tra loro come Amon Düül, Popol Vuh, Ashra Tempel, Faust e questi Can. Tago Mago, terzo album della band di Colonia, è considerato il disco simbolo di tutta la scena tedesca dell’epoca. Formatisi verso la metà degli anni ’60, i Can nascono grazie all’incontro fra il bassista Holger Czukay, cresciuto musicalmente alla corte di Stockhausen, e il funambolico tastierista Irmin Schmidt. A loro si aggiungeranno il batterista free-jazz Jaki Liebezeit e il chitarrista poco più che adolescente Michael Karoli. All’inizio viene reclutato alla voce Michael Mooney, che abbandonerà il gruppo per problemi di salute (mentale) dopo il secondo disco Soundtracks (1970). Al suo posto arriverà il giapponese Kenji “Damo” Suzuki, leggenda vuole incontrato casualmente davanti ad un bar. La venuta di Suzuki darà un tocco straniante ulteriore al già alienante sound della band, precedentemente autrice di album più legati alla forma canzone, ma non per questo meno affascinanti.
Al tempo come adesso, Tago Mago può risultare ostico e indisponente (soprattutto dalla metà in poi), per via delle sue poche aperture alla melodia, delle avventurose improvvisazioni in fluire dettate dall’ebbrezza strumentale del momento e dell’avanguardistico utilizzo della drum machine, scelta coraggiosa in ambito rock. Ma proprio per tali caratteristiche è un disco che non lascia indifferenti neanche gli ascoltatori casuali; non si può non dare un giudizio sulla musica in esso contenuta, in bene o in male.

La prima traccia, “Paperhouse”, è il brano formalmente più legato ad una struttura rock canonica, e, ovviamente, il più digeribile del lotto; ma non per questo il meno riuscito. Introdotto da riverberi dissonanti che fanno presagire chissà quali sfaceli sonori, “Paperhouse” è un lento crescendo accompagnato dall’indolente timbrica vocale di Suzuki, pervaso da un’atmosfera sognante grazie alla chitarra pulita di Karoli e all’onirico lavoro all’organo di Schmidt. Sornione il pathos cresce, il drumming diventa mano a mano più sostenuto e tribale, chitarra e organo si inseguono intessendo cristallini fraseggi, per poi acquietarsi e ripartire col refrain iniziale. Verso la fine il brano sembra riesplodere, ma quando la sensazione di flusso ondivago sembra sul punto di collassare, tutto rifluisce senza soluzione di continuità nella successiva “Mushroom”, ipnotico incubo sussurrato alle nostre orecchie da un sempre più ispirato Suzuki. Tanto minimale quest’ultima, condotta da una ritmica ossessiva e da pochi interventi di chitarra, quanto caleidoscopica e fremente “Oh Yeah”, minacciosamente introdotta da una deflagrazione (nucleare?). Foriero di oscuri presagi il passo della batteria di Liebezeit e il cantato in parte registrato al contrario e per metà in giapponese di Suzuki, da strepiti il solito duetto Karoli/Schmidt.
Da “Halleluwah” in poi i Can incominciano a far(si) sul serio. La struttura dei brani si slabbra, il minutaggio cresce esponenzialmente, le intuizioni fioccano. “Halleluwah” è fondamentalmente un funk magistralmente condotto dalla metronimica batteria di Liebezeit, su cui si intersecano chitarre ora acustiche ora piene di wah wah, violini di reminiscenza velvetiana, un organo minimale e una voce tra il declamatorio e lo schizzato. Se mai un mantra è stato reso in musica, questo ne è uno dei più verosimili esempi. Difficile, invece, descrivere a parole lo sgomento che suscita “Aumgn”, forse il pezzo più allucinato dell’album: 17 minuti e mezzo di riverberi, rotti da una voce proveniente dall’oltretomba, tra cui si scorgono frammenti di violino, cani che abbaiano, e un’ossessa jam tribale verso lo spazio. “Peking O” prosegue su tale falsariga, introducendo inoltre una inusitata drum machine, melodie orientaleggianti, cabarettistici inserti di organo e piano, esplosioni vocali schizoidi e non sense. La finale “Bring Me Coffe Or Tea”, impreziosita da una chitarra blueseggiante, riporta la band sulla terra, dove i nostri sembrano (quasi) riappropriarsi della loro sanità mentale.
Riacquistare la nostra è operazione ben più ardua, spossati e alienati come siamo dall’ascolto di questo mastodontico monolite sonoro. Il fatto che sia stato registrato all’Inner Space Studio non può che spronare a cimentarsi ancora nell’ascolto, speranzosi di trovare nei tanti anfratti musicali disseminati nel disco una porta che permetta anche a noi di raggiungere il proprio spazio interiore.

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Info
Can (1971) Tago Mago

Can

Tago Mago, 1971

Produzione: Can

Etichetta: Spoon

Archivio:

Tracklist
01. Paperhouse
02. Mushroom
03. Oh Yeah
04. Halleluhwah
05. Aumgn
06. Peking O
07. Bring Me Coffee or Tea
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo