Suede • Dog Man Star (1994)

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L’immagine di copertina non potrebbe essere più esplicita: una figura nuda distesa su un letto in un’atmosfera onirica e surreale da cui trasuda tuttavia un fortissimo senso di squallore e solitudine. Preceduto da una lavorazione lenta e carica di tensione, Dog Man Star rappresenta il punto di rottura fra i Suede (Brett Anderson, voci – Bernard Butler, chitarre e tastiere – Simon Gilbert, batteria – Mat Osman – basso) e l’ondata del brit pop che essi stessi avevano contribuito a scatenare. L’esordio del 1993 porta con sè recensioni esaltanti (nonchè polemiche legate alla copertina sessualmente ambigua) ma è con l’album del 1994 che i Suede condensano l’umore del momento e le loro più sfrenate ambizioni in un prodotto che si discosta nettamente sia dall’entusiasmo a briglia sciolta degli Oasis che dal wit satirico dei Blur. I rapporti fra Butler e il resto della band (in particolare con Anderson) erano già ai minimi storici ai tempi del tour americano del ’93, quando le fughe dal palco a metà concerto erano all’ordine del giorno, fu in seguito a ciò che Anderson, rinserratosi in una dimoria vittoriana di Highgate, nella periferia nord di Londra, iniziò a scrivere i testi per ciò che diventerà Dog Man Star in uno stato mentale pesantemente influenzato da droghe allucinogene e dalla generale aria di assurdità che lo circondava: i vicini di casa di Anderson erano membri della setta dei mennoniti che spesso si lanciavano in inni religiosi. Le tensioni interne (Butler getterà la spugna a lavori non ancora conclusi) e gli eccessi psichedelici di Anderson diedero origine a un album in cui sesso, solitudine e violenza si fondono in un impasto claustrofobico di immagini inquietanti, effetti da incubo, scure e malinconiche aperture acustiche vicine a Scott Walker e velleità hard-glam che richiamano il Bowie più marziano.

Il punto di partenza dell’avventura “Dog Man Star” è la stralunata litania acida di “Introducing the Band” (ispirata dalla visita di Anderson a un tempio buddhista giapponese) mentre nella successiva “We Are the Pigs” siamo in aperto territorio rock: il ritornello epico, i fiati campionati e le visioni apocalittiche del testo (“let the nuclear wind blow away my sins”) mettono in chiaro che anche nei momenti più grintosi e tirati l’atmosfera dell’album è comunque ammorbata da una claustrofobia quasi insopportabile. “Heroine” mescola Lord Byron, Marilyn Monroe e lo stuzzicante doppio senso del titolo in una ripresa più malinconica del rock arrogante del brano precedente. I colori accecanti, la densa cappa psichedelica e le pose ammiccanti e ciniche dei tre brani precedenti scompaiono nella tenera disperazione di “The Wild Ones”, sul cui ritornello (e non solo) aleggia lo spettro degli U2 più romantici. è con “Daddy’s Speeding”, comunque, che i Suede iniziano a dare fondo alle proprie ambizioni: i suoni sembrano provenire da un pozzo, le melodie inquiete del pianoforte si interrompono improvvisamente per lasciare spazio ad astrusi effetti vocali e distorsioni sferraglianti che si sciolgono infine in un teso finale da carillon horror. Se esiste una torch song psichedelica, questa è probabilmente “Daddy’s Speeding”. “The Power” è una ballad mid-tempo che vede di nuovo i Suede in modalità romantico-maledetta ma con un tono meno depresso rispetto a “The Wild Ones”, mentre “New Generation” è quasi un raggio di luce epica nella penombra fetida del resto dell’album e “This Hollywood Life” si lancia addirittura in uno sporco e ruggente blues rock. Non si può mettere in dubbio, tuttavia, che Dog Man Star sia tutt’altro che un album rock nel senso classico del termine: distorsioni e ritornelli urlati non sottendono edonismo e amoralità con spirito ribelle e celebrativo, il tono è, semmai, angoscioso e desolato, da sconfitta e penitenza più che da party selvaggio. Le successive “The 2 of Us” e “Black or Blue”, entrambi alla deriva su acque scure e tempestose, sono infatti ballate pianistiche venate di elettronica e psichedelia che riflettono amaramente su amori finiti e solitudine con abbondanza di tocchi surreali. Entrambi, tuttavia, non costituiscono che un preludio al culmine delle ambizioni sperimentali evidenziate lungo tutto il corso dell’album, l’uno-due finale formato da “The Asphalt World” e “Still Life”: la prima sconfina senza indugi in un prog rock allucinato e chiassoso (la versione originale avrebbe dovuto contenere un assolo chitarristico di oltre otto minuti) mentre la seconda rappresenta il conclusivo, rassegnato inno all’inferno privato di Anderson, un’ultima ballata impreziosita da accese coloriture orchestrali che, al culmine dell’intensità, sfuma in un finale che trapela sarcastico ottimismo: “but it’s still, still life”.

Sostenuto da un’immaginazione che si riallaccia ai grandi album epici e creativi degli anni ’70, Dog Man Star è il punto più alto della discografia dei Suede e la prova lampante che dalle tribolazioni più sfinenti possano nascere opere di altissimo valore. Il pubblico lo accoglierà con freddezza (sia “We Are the Pigs” che “The Wild Ones” non andranno oltre il diciottesimo posto in classifica) non così la critica, la quale ne apprezzà l’ambizione e la maturità compositiva ed emotiva, mentre Bernard Butler ha spesso criticato l’operato del produttore Ed Buller. L’arte e il commercio non sempre vanno d’accordo, ad ogni modo Dog Man Star merita un posto nella storia del rock per la sua singolare fusione di romanticismo e tragedia, di realismo e onirismo, di irresponsabile ribellione e incrollabile determinazione: da cani a star senza smettere di essere uomini.

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Info
Suede (1994) Dog Man Star

Suede

Dog Man Star, 1994

Produzione: Ed Buller

Etichetta: Nude

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Tracklist
01. Introducing the Band
02. We Are the Pigs
03. Heroine
04. The Wild Ones
05. Daddy's Speeding
06. The Power
07. New Generation
08. This Hollywood Life
09. The 2 of Us
10. Black or Blue
11. The Asphalt World
12. Still Life
Legenda
Oro: disco chiave, impresincibile
Mercurio: a un passo dall'eccellenza
Argento vivo: brillante conferma
Rame: ottimo esordio
Antimonio: grande, inatteso ritorno
Zolfo: interessante, buono
Stagno: intorno alla sufficienza
Piombo: aurea mediocritas
Ferro: crosta, insufficiente
Disgustorama: pietra dello scandalo