Keep It ON Jeff Tweedy

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Keep It ON Jeff Tweedy

L’ha detto Pat Sansone un paio di settimane fa: i Wilco hanno intenzione di cominciare in questi giorni i lavori per il prossimo album, in modo da poterlo pubblicare nel 2011, a due anni di distanza dal quasi omonimo Wilco (The Album). Non ci sono molti altri dettagli, se non che Chicago sarà inevitabilmente il campo base e che, se non ci siamo persi nessuna puntata, la formazione degli ultimi due dischi sarà confermata in blocco, segno che dopo tanti avvicendamenti, Tweedy ha trovato uno schema che non sente più il bisogno di cambiare.

È infatti dal tour di A Ghost Is Born che i Wilco viaggiano con gli stessi segnaposti, tanto che già nel 2005 Tweedy aveva voluto pubblicare il primo live della sua creatura, lo splendido Kicking Television, invero una delle più preziose testimonianze dal vivo degli ultimi anni nel mondo del rock, da parte di una delle migliori band in circolazione, semplicemente. Il fido John Stirrat al basso, Glenn Kotche alla batteria (per qualcuno il primo punto di forza dei Wilco del nuovo Millennio), Mikael Jorgensen seduto dietro alle tastiere, il polistrumentista Pat Sansone di qua e di là del palco e la perizia di Nels Cline – chitarrista dal curriculum che parla da solo – a completare il cerchio intorno al capo. Tutto funziona a meraviglia, e la voglia di rivederli ancora e ancora non passa mai, tanto il repertorio è vasto e tutto di livello. C’è qualcosa però che ci inquieta, forse perché siamo incontentabili, oppure perché non ci arrendiamo al fatto che la vita va avanti, non solo la nostra, ma anche quella degli artisti, che non possono essere sempre quelli che abbiamo imparato ad amare. La fortuna, in tutto questo, è che se anche riteniamo Yankee e Ghost con buona ragione i migliori album firmati da Tweedy e associati, anche i successivi lavori sono stati tutto meno che album di pura formalità e scarichi di emozioni. Gli ultimi due dischi in studio, quelli con la formazione di cui sopra, sono davvero ben fatti e soprattutto ancora sinceri. Per una band in giro da quindici anni, senza contare il periodo Uncle Tupelo e il tempo speso in progetti paralleli, produrre musica di tale sensibilità è davvero raro. Diremmo unico nella storia del rock, se non fosse per l’esistenza di un gruppo chiamato R.E.M., ma ecco… la qualità dei Wilco è indiscutibile nel 2010.
Con questa premessa, però, ci avviciniamo al grattacapo. Chi era alle ultime esibizioni avrà notato che troppe canzoni diventano altre “Impossible Germany”, la traccia di Sky Blue Sky in cui l’estro e la tecnica di Cline sono esplicitamente più in mostra. Anche il numero del finale sonico, che in principio lascia a bocca aperta, alla quarta volta sembra già maniera, e non sorprende più. Ma un conto è la performance dal vivo, un altro è il lavoro in studio, siamo d’accordo. Il punto è che questa tendenza appare come un segnale inequivocabile del fatto che purtroppo non avremo più capolavori a nome Wilco. Grandi album, confezionati – nel senso di suonati – benissimo e sempre più canzoni fra cui scegliere al momento di stilare la scaletta dei concerti. Magari sempre più bootleg in download (gratuito?) sul sito ufficiale, e lo status di leggenda vivente del rock americano. Insomma, un po’ come per i Pearl Jam, con la differenza che i Wilco fanno musica buona.
In tutto questo, a rimetterci sarebbe la profondità delle composizioni che col passare degli anni diventano per forza di cose meno ricche di sfumature, livelli di interpretazione, tessuti e trame sonore. Formalmente, Sky Blue Sky e Wilco (The Album) sono inappuntabili. A distanza di tempo dalla loro uscita, metabolizzati e contestualizzati, forse perdono il confronto non solo con i due indiscutibili capolavori della band, ma anche col già più lontano Summerteeth – nettamente – e forse addirittura con il doppio Being There, in cui magari erano ancora lungi dall’essere i veri Wilco, ma dove per la prima volta Tweedy ha dimostrato di saper guardare oltre la mera tradizione folk americana. Tra questi lavori, ormai già ampiamente valutati e rivalutati nel tempo dagli appassionati non sopraggiunti all’ultimo minuto, e quelli dell’ultimo lustro, c’è una sostanziale differenza, oltre alla naturale crescita – anche come musicista – e ritrovata sobrietà dell’artista. Tweedy ha sostituito l’estro trasversale di Jim O’Rourke con la chitarra di Nels Cline, cambiando radicalmente il concetto dietro alle performance del materiale da registrare per i nuovi dischi, e in parte anche delle performance dal vivo, visto che i Wilco non avevano mai avuto una chitarra solista così spudoratamente protagonista. Manca solo l’illuminazione ad occhio di bue: immaginatevela in performance come la versione di “Ashes of American Flags” presente in Kicking Television, per esempio. C’era davvero il bisogno di un chitarrista di questo tipo, visto che lo stesso Jeff aveva dimostrato di bastare e avanzare con le sue parti soliste di A Ghost Is Born (su tutte lo storico assolo deragliante di “At Least That’s What You Said”)? Probabilmente sì, se questo è ciò che vuole il titolare del progetto, ma allo stesso si è persa quella profondità cui si faceva riferimento prima, in favore di esecuzioni magari più canonicamente perfette, ma inevitabilmente meno spontanee. Parliamo comunque di ottima musica, ci mancherebbe, e ribadiamo che stiamo cercando il pelo nell’uovo. Tuttavia la sensazione è che senza un personaggio dalle caratteristiche di Jim O’Rourke, il genio di Tweedy non riesca ad esprimersi al meglio, visto anche che il contributo effettivo di Pat Sansone è spesso secondario nell’economia del suono della band (non ce ne voglia il buon Pat, che pare essere più un tuttofare sul palco che non un elemento decisivo in studio di registrazione). Uno potrebbe controbattere che dischi come Yankee e Ghost vengono fuori solo raramente e non a tutti, e che comunque niente sarebbe stato del loro stesso livello, se i Wilco avessero continuato ad essere gli stessi. Non c’è la controprova. Magari forse è così, ma allora è anche il caso di andare più indietro nel tempo, e riscoprire l’apporto alla causa del povero Jay Bennett, inizialmente oscurato dall’arrivo del fenomeno O’Rourke, ma comunque da ricordare come uno degli ingrendienti fondamentali nell’evoluzione del percorso della band. Chiavi di volta nella storia dei Wilco sono state canzoni come “Misunderstood” e “Sunken Dreams”, in cui determinante è stata la visione di Bennett. Finché si è potuto esprimere in libertà e finché l’abuso di sostanze non lo ha allontanato dagli altri, Jay ha fornito una collaborazione rilevantissima non solo in termini di songwriting (ancora metà Yankee è anche opera sua), ma anche e soprattutto nel plasmare il suono di un gruppo che proveniva da radici fin troppo americanoidi. Se dopo essere stati gli Uncle Tupelo, i Wilco sono diventati i Wilco e non i Son Volt, è grazie all’apertura mentale di Tweedy e al sostegno di Jay Bennett prima, e di O’Rourke poi. Non c’era un Cline della situazione, non c’è mai stato prima del suo ingresso. È come se i Radiohead non fossero diventati quelli di Ok Computer prima e Kid A poi. I Wilco hanno avuto un’evoluzione simile (con le dovute differenze fra caso e caso), senza dimenticare gli esordi, i Son Volt invece sono rimasti là dove erano finiti gli Uncle Tupelo. Che poi, a volerla dire tutta, anche nel disco più importante della prima band di Tweedy, ovvero quel March 16-20, 1992 registrato a casa di Peter Buck, decisivo è stato l’intervento di John Keane, tecnico del suono dei primi R.E.M. capace di catturare al meglio il feeling delle performance e aggiungervi piccole ma caratterizzanti tracce di pedal steel, chitarra e banjo.
In conclusione, sebbene saremo lì ad ascoltare il nuovo Wilco non appena sarà possibile e quindi con il massimo della curiosità, ci sentiamo di consigliare a Tweedy di mischiare un po’ le carte e di fregarsene della perfezione formale raggiunta con la line up attuale. No, non è che Cline, Jorgensen e Sansone siano pressoché inutili alla causa: la loro parte la fanno alla grande, soprattutto dal vivo. La soluzione non è per forza il cambio di formazione. Ciò che serve è liberare l’artista Tweedy – e chissà, magari anche l’artista Sansone e l’artista Jorgensen – dalle costrizioni della perfezione esecutiva, badando quindi più alla sostanza, all’unicità. Ovvero ciò che rendeva grandi e profonde le canzoni di Summerteeth, Yankee e Ghost. Per quanto sincere, quelle di Sky Blue Sky e Wilco (The Album) non scavano altrettanto a fondo. Solo un problema di ispirazione? No, così non ci pare, come s’è detto.
“It’s ok to grow up, just as long as you don’t grow old”, diceva un certo Jarvis Cocker nel messaggio conclusivo di This Is Hardcore. Una massima da applicare facilmente anche al Jeff Tweedy di oggi.
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