Arca – Arca

Arca – Arca

C’è un punto intorno al sedicesimo minuto di quel bordello sonoro chiamato Entrañas, in cui tra grida terrificanti e i fendenti elettronici dalle tinte dark a cui eravamo già abituati, una voce inizia ad isolarsi dal caos circostante e ad intonare una cantilena sofferta. Qualche minuto più tardi il mixtape si conclude con quella che poi sarà “Sin Rumbo”, un lamento solista dalla forte intimità, perfino per gli standard di Arca, che tutto fuorché musica impersonale aveva pubblicato fin lì. Nel video d’accompagnamento, l’assenza di filtri, distorsioni grafiche e degli sgorbi amorfi 3D del collaboratore di sempre Jesse Kanda ci mostrano unicamente una cosa: il viso dell’uomo, vicinissimo, nudo e letteralmente ferito. Mi piace associare simbolicamente questo segmento della giovane ma prolifica carriera del musicista, al momento in cui la pupa una volta bozzolo, sfarfalla, ed ogni genere di maschera o barriera viene a cadere.

Non poteva dunque che chiamarsi semplicemente Arca il terzo LP del giovane prodigio (1990) venezuelano, ossia quel filo dal colore cangiante che unisce la boriosità hip hop di Kanye (Yeezus), alle sperimentazioni e iniezioni di emozione pura di Bjork (Vulnicura). Le contaminazioni Made in USA, la fascinazione per l’IDM e l’Industrial Rock dei 90, unito al background culturale e biografico, si erano risolti in due LP molto chiacchierati nei salotti e nei dancefloor d’avanguardia, per tematiche trattate e i suoni quanto mai attuali o anzi futuristici. Alla tesi, il ripiegamento in sé di Xen, l’antitesi, la reazione necessaria al mondo esterno, ossia Mutant, segue quindi la sintesi e la rinascita: un’opera il cui unico chiaro intento è l’espellere con quanta più potenza e sincerità ogni genere di tormento, speranza e disillusione.

E’ un disco che quasi incute timore nella suo essere così intimo, già dalla copertina, conturbantemente vicina per chi guarda; così denso e diretto, da mettere a disagio chi non avrà la sensibilità o la voglia di recepire un carico tanto pesante. E’ un disco misurato nelle sonorità, brutale in certi passaggi come sa essere l’amore ma sempre terribilmente onesto. La riscoperta del folk del Venezuela e di Simón Díaz (citato poi esplicitamente) è un’ulteriore strumento che si aggiunge all’arsenale di questo rinnovato Alejandro Ghersi, che interessato più che mai alla traduzione non filtrata del proprio sentire, fa tesoro e rende sua principale arma quel registro puramente confidenziale, accompagnato da un pianoforte (al posto della chitarra) essenziale e malinconico, e legando il tutto con quella maestria nella manipolazione del suono a noi già nota. Restano e sono vari i rimandi ai vecchi lavori (“Whip”, “Castration” e soprattutto “Child” che come suggerisce il nome sembra quasi il figlio di Xen e Mutant), ma è proprio nell’ascolto di queste tracce che sento già di non poter più fare a meno dell’Arca nuovo, quello cantante.

“Piel” e “Saunter” sono legate oltre che dalla stessa linea melodica e dallo struggente verso “Quitame la piel de ayer” (prima sussurrato poi maestosamente declamato con voce doppia), anche da un ponte elettronico magistrale, in cui il producer imbastisce un gorgoglio ribollente di texture sonore, che sembrano venir fuori direttamente dai recessi più profondi del nostro corpo, dove scorrono gli stessi liquami che ci compongono. Il disco, trattando di irrimediabilmente d’amore, ha bisogno di più mezzi e modalità per abbracciare lo spettro di emozioni; c’è dunque spazio per i momenti sommessi, dalle malinconiche ma speranzose “Coraje” e “Fugaces”, all’amara “Miel”, o ancora” Anoche”, che si caratterizza oltre per delicatezza, anche per l’incedere accattivante, ballabile e sensuale alla maniera Sudamericana. C’è spazio anche per uno slancio più squisitamente pop, “Desafío”, che strizzando l’occhio a certe produzioni di gran successo della musica popolare americana, rappresenta un esperimento molto più genuino di certe uscite UK più o meno recenti, che guardando agli stessi esempi rischiano di finire nel mero esercizio di stile.

Ci sono poi picchi di intensità probabilmente mai raggiunti dal venezuelano. Il già citato finale di “Saunter”, le sferzate violente e disperate dei synth di “Urchin” e infine “Reverie”, forse il pezzo più bello che abbia mai scritto, accompagnato ancora una volta dal lavoro del fido Kanda, che confeziona un video graficamente altrettanto distruttivo, dove lo stesso Ghersi indossa un Traje de luces strappato ed un bizzarro impianto di protesi, incarnando le figure del matador e della bestia.

Quando lo stesso producer in svariate interviste ha dichiarato che era proprio grazie al consiglio e alle esortazioni di Bjork che avrebbe inserito sezioni cantate con minori o nulle alterazioni rispetto al passato, la reazione è sembrata essere mista, con una fetta di utenza che paventava un possibile plagio da parte dell’islandese, e la perdita dell’originalità del suono ultra hi-fi del venezuelano. Ragionamenti del genere se proprio dovessero servire li faremo fra qualche tempo a freddo, per ora so solo che non ho neanche voglia di pensarci, voglio solamente immergermi ancora una volta in questa breccia che l’artista è riuscito ad  aprire verso il suo io travagliato, e voglio ancora una volta celebrarne l’intenzione, per il coraggio mostrato, e la realizzazione, che al netto di una seconda metà leggermente meno intensa della prima, risulta quasi impeccabile, oltre ogni discorso sull’identità di genere, orientamento sessuale o rilevanza accademica.

Il figlio e l'erede di niente in particolare. "The media cyborg lives thanks to the media. In the age of cyber-medialism with its emphasis on simulation the hi-tech media become the condition for survival". Dicono di me (?): "His mind is in a perpetual St. Vitus dance - eternal activity without action - "

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