Appendice: Swans, The Glowing Man

The Glowing Man è il capitolo conclusivo del nuovo corso della creatura multiforme di Michael Gira, e arriva al momento giusto. Gira è il primo a capire che evidentemente non c’è più nulla da dire dopo dei monoliti sonici come The Seer e To Be Kind, e conclude questo viaggio esplorando la parte più orchestrale, polifonica e strutturata dell’ossessività musicale che ha creato in questi ultimi anni.

Diversamente da The Seer, più primitivo e liturgico, e da To Be Kind, più immediato e carico di groove, The Glowing Man appare compatto fin dai primi ascolti, muovendosi in un ambiente in cui la trance e l’etere dissonante la fanno da padrona, dall’inizio alla fine. L’estrema omogeneità delle tracce è palese e rende l’ascolto di non facile assimilazione, essendo un flusso di assonanze alquanto opulente – in senso buono e apocalittico. Se vogliamo questa ricchezza degli arrangiamenti avvicina Gira a un altro ben noto one man band come Robert Fripp, e non è un caso che The Glowing Man sia – con abuso di notazione – l’album più prog degli Swans. Ma è al contempo l’antitesi del prog: ne prende gli elementi più simbolici per ridicolizzarli e distruggerli, convertendoli in un calderone di esoterismo dissacrante.

Occorre del tempo per ascoltare a fondo queste due ore di musica, e questo è un dono che nel frenetico mondo di oggi ben pochi possono permettersi di avere. Gli Swans usano, come loro consuetudine, ogni tipo di strumento possibile per ricreare quei climax cacofonici ormai loro marchio di fabbrica: campane, steel guitars, archi, fiati e chi più ne ha più ne metta.

Ma la novità questa volta è rappresentata dall’uso della voce, mai così sovraincisa e incrociata polifonicamente. La voce così strutturata in The Glowing Man rappresenta lo strumento che aggiunge disorientamento ieratico ed è in primo piano assoluto, grazie anche ai giochi melodici-cantilenanti fatti da Gira assieme a sua moglie Jennifer. Basti ascoltare tracce come “Cloud of Unknowing”, “Frankie M” o la titletrack, che elevano allo status di elemento centrale la dimensione vocale, tramutandola in vera regista dei vari momenti in cui i lunghi brani si districano. E ogni momento aggiunge un fardello in più, minuto dopo minuto, rendendo The Glowing Man un’esperienza mistica sfiancante. Perché The Glowing Man stanca, rappresenta l’apologia della stanchezza, il fallimento di alcuni ideali che Gira e compagni si sono portati dietro da anni.

No, gli Swans non sono i nostri sacerdoti sonici, e non lo vogliono essere. Un po’ ci giocano su questo: sembrano voler condurre il proprio pubblico verso qualche posto attraverso la sacralità, e poi invece ti abbandonano nel nulla più desolante. Un po’ come fa l’amore – per ammissione di Gira, il vero perno di quest’opera – se vogliamo. Ma l’amore più logoro e che crea dipendenza, l’amore oscuro che è incandescente e che rimane come ossessione quasi catartica. Questa deve essere la chiave di lettura di composizioni come “When Will I Return?” o “Cloud of Forgetting”. E da questo punto di vista, la conclusiva “Finally, Peace” sembra davvero una salvezza senza redenzione da una sofferenza estrema.

Non si può rimanere indifferenti a dei musicisti che riescono a dirigere e triangolare le proprie intenzioni con tale maestria. Manca l’effetto sorpresa e alcune soluzioni sembrano anche già sentite, ma nessuno le riesce a concepire e riprodurre come loro. E gli Swans ben sanno quello che stanno facendo e sanno che alcune soluzioni sono già state esplorate, mostrandone il lato più distruttivo e sfinito. Non è manierismo, è chiara dichiarazione d’intenti. Non ti portano in nessun posto, perchè è lì che vogliono condurre. D’altronde lo mostrano in ogni parte di questo lavoro: The Glowing Man è la summa, il capitolo conclusivo, il testamento di una parte di tutti noi. È la fine.

Amo visceralmente la fisica, l'astrofisica, la matematica, la lettura, i fumetti, la cucina, i miei amici, la mia terra d'origine, la musica, le distorsioni ottiche/sonore, il mio basso elettrico. Nostalgico, ma emigrante e notoriamente pigro. Fatico seriamente a fare le classifiche dei miei venti dischi preferiti, perché non riesco mai a fermarmi a venti. Fatico seriamente anche a fermarmi di fronte a una parmigiana però...

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