Animal Collective – Painting With

Animal Collective – Painting With

Quanto è doloroso trovarsi nel mezzo del primo ascolto del nuovo album di una delle band che più hai venerato negli ultimi anni, una delle poche per cui valeva ancora la pena resistere al leak e attendere la copia preordinata con largo anticipo, e rendersi conto già in quel momento che le cose non vanno più come una volta, e che probabilmente anche una delle ultime certezze che avevi ormai sta andando a farsi benedire. È una delle sensazioni più brutte che possono capitare a chi riesce ancora a ritagliarsi quei tre quarti d’ora di santa pace durante una giornata della settimana per ascoltare con attenzione musica nuova, senza sentire l’impulso di aggiornare Facebook o di controllare con lo smartphone se sono arrivati messaggi o mail.

In epoche diverse, ricordo l’amaro primo ascolto di Around the Sun dei REM, o quello di Lullabies to Paralyze dei Queens of the Stone Age, o più recentemente quello di The Terror dei Flaming Lips. O perché no, diciamolo, Lysandre di Christopher Owens, che veniva dopo quel capolavoro assoluto di Father, Son, Holy Ghost. Sono stati dischi sbagliati, che lì per lì ti hanno fatto pentire di quel tatuaggio o della t-shirt che hai indossato con fare indie-snob per intere estati, ma che col senno di poi hai comunque apprezzato per aver ingigantito il valore dei veri capolavori di quegli artisti, e perché in fondo ti è sempre piaciuto trovare qualcosa di bello anche nelle opere minori, nelle imperfezioni e nella dissonanza.
Purtroppo, lo stesso ci pare di Painting With, che dovrebbe essere la decima pubblicazione in LP ascrivibile agli Animal Collective, e quella che al momento sembra la meno riuscita della discografia. Il punteggio finale è dunque molto sofferto, ma dovuto e seriamente ponderato anche rispetto agli altri, in alcuni casi altissimi, che abbiamo elargito con convinzione nella retrospettiva.

Se fino a Centipede Hz la suddivisione delle parti vocali poteva dirsi beatlesiana, oggi è il chiamata e risposta tra fonemi cantati da Lennox e Tare, o la giustapposizione di questi, a dominare l’impianto vocale e a risultare quale maggiore se non unica vera novità nella proposta dei ragazzi di Baltimora. Proprio per questa soluzione tecnica, oltre che per il sound costipato e spaziale che sembra prodotto da Sonic Boom – come negli ultimi due tomi di Panda Bear – anche se non lo è, si fatica a veder emergere in pieno quella loro poetica biodinamica e modern hippy che ce li ha resi così speciali. Infatti, al contrario di quanto accadeva in passato, quando le canzoni dovevano essere state provate dal vivo più volte prima di essere incise, ora è il suono delle basi compresse riversate tutte assieme sul tavolo dello studio e subito registrate all’impronta a dominare la situazione. Un corpo sonoro che non è stato lasciato a frollare, per far uscir fuori quelle melodie che in passato facevano urlare al secondo miracolo Wilsoniano.

Perché un conto è improvvisare come ai tempi di Campfire Songs, liberando il canto free-form e free-language con il solo accompagnamento della chitarra acustica, un altro è farlo con la sovrapposizione di gingilli elettronici e tracce vocali che quasi mai riescono ad riflettere il senso compiuto che invece, con la stessa formula e formazione a tre, emergeva dai brani di Merriweather Post Pavilion. D’accordo, quella è un’opera unica e irripetibile, ma se le uniche eccezioni sono i singoli “Floridada” – ovvero la versione aggiornata di “Grass”, e probabilmente il brano più divertente del disco – e “Golden Gal” – anch’essa reminiscente del periodo Feels, la reazione non può non contenere una buona dose di delusione, soprattutto se a bocce ferme anche Centipede Hz ha presto smesso di brillare. Ascolti e riascolti Painting With attendendo invano che dalla confusione venga fuori qualche altro pezzo forte, e finisci per tornare ai capitoli precedenti per rivivere un po’ della magia che ti aveva conquistato all’inizio.
Dispiace liquidare così un lavoro degli Animal Collective, ma la somma di due anime mosse dal puro spirituale del pop (tre con quella di Geologist dai) non dà più risultato positivo. Meglio prendersi un giro di pausa senza portare in tour in lungo e in largo questo disco, e ripresentarsi nel 2018 con qualcosa di più consistente. Puoi aver adorato il Panda Bear solista ed essere andato a fondo con Avey Tare nel buio del suo primo sforzo solista (il secondo non si ingoiava), ma è con l’unione delle migliori ispirazioni dei due che puoi riprovare a ritrovare lo spirito che ora sembra essersi vanificato.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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