Angel Olsen – My Woman

Angel Olsen – My Woman

A volte è pericolosamente facile per un artista rimanere intrappolato in un cliché di genere, o vedersi affibbiato un’etichetta che poi rimane attaccata per tutto l’arco della carriera. Quando sei in questa situazione non hai molta scelta: puoi accettare la cosa di buon grado, cercando almeno di sfruttarne l’appeal a tuo favore, oppure reinventarti contro ogni previsione di chi pensava di averti già inquadrato. Angel Olsen si è ritrovata in questo scenario, e ha scelto la seconda strada uscendone ancor più affermata di prima.

La Olsen ha sempre sfidato il corso degli eventi, fin da piccola quando viene adottata a soli tre anni da una tipica famiglia tradizionalista del midwest americano. Un ambiente che le va stretto, e che la porta a stabilirsi a Chicago appena avute le possibilità. Qui il suo talento non passa inosservato, permettendogli in breve tempo di registrare un promettente EP e di catturare l’attenzione di Bonnie Prince Billy, che decide di portarla in tour in veste di corista. Intanto Angel esce con un disco tutto suo e viene notata dalla Jagjaguwar che la mette sotto contratto e le pubblica Burn Your Fire for No Witness, album attraverso il quale è arrivata a un pubblico più ampio. Di lì alla consacrazione come una delle cantautrici folk più apprezzate della sua generazione il passo è stato breve.

Ma il raggiungimento del successo non arresta di certo il suo cammino, anzi le dona nuovi stimoli. “Devo sempre proteggermi dall’immagine che gli altri proiettano su di me” dice lei, come se si sentisse messa all’angolo da certa stampa specializzata che si affrettava ad etichettarla con la figura tipica della ragazza triste con in braccio la chitarra. La sua vera immagine non è quella, ed è pronta a dimostrarlo: “Chi ama il folk può sempre tornare sui miei primi album” suona come un avvertimento per chi si aspettava dal nuovo LP una continuazione di quello che aveva fatto fino ad ora.

Il primo singolo ad anticipare l’uscita di My Woman, nonché opener, chiarisce subito le intenzioni: “Intern” è tutto tranne qualcosa di già fatto o provato dalla cantautrice fino ad oggi. La melodia tracciata dalla voce viene accompagnata solo da synth donando un tocco dreamy alla canzone che mi fa venire in mente i Beach House, anche solo per un momento. “I just want to be alive, make something real” sussura la Olsen, reclamando ancora una volta la sua volontà di creare qualcosa di autentico e non precostituito, anche e soprattutto per sé stessa.

Allora possiamo già parlare di svolta dream pop? Neanche per sogno, e perdonatemi per il pessimo gioco di parole. Già dalla successiva“Never Be Mine” si torna in territori più affini allo stile di Angel, con un leggero arrangiamento di chitarra che si intreccia con la sua voce. La componente folk sembra comunque essere evaporata in favore di un tono più vivace dal retrogusto sixties, e la prima metà del disco scivola via con una freschezza che non concede tempo a nessuno di rimpiangerla. La prima metà del disco, appunto, perché la seconda riserva ancora sorprese.

“Heart Shaped Face” è la canzone che ci apre le porte alla seconda anima di My Woman, ed il cambio di registro si fa subito sentire: il mood è più introspettivo, il minutaggio dei pezzi aumenta, si riaffacciano le venature folk, e l’aria sbarazzina lascia il passo a testi in cui Angel si confida a cuore aperto all’ascoltatore. Il nuovo spirito intimistico viene perfettamente riassunto da “Sister”, soprattutto in quel testo che racconta di una sorella immaginaria che la Olsen vorrebbe conoscere: “I want to see her / Live it through your eyes”, una donna attraverso la quale vedere le cose in una nuova prospettiva. Ma siamo sicuri che Angel non stia parlando proprio di sé stessa come di una nuova persona? In fondo se proprio dobbiamo trovare un tema ricorrente nell’album è quello della maturità, raccontata dal punto di vista femminile in tutte le sue mille sfaccetature.

Il finale è affidato a “Pops”, una ballata voce e piano dall’approccio completamente nuovo per la cantautrice e che potrebbe aprire la porta a nuove direzioni nel futuro. La stessa Olsen ammette come questa sia già da ora una delle sue canzoni preferite tra quelle che ha scritto finora, e non nasconde di essere affascinata da un’esplorazione di questo lato più minimalistico della sua musica. Di certo sarebbe una nuova sfida per un’artista come lei che è sempre alla ricerca di nuovi stimoli.

All my life I thought I’d change”: queste le parole che Angel ripete a modo di mantra in quel crescendo emozionale sulla chiusura di “Sister”. Il cambiamento come un mezzo per crescere ed arrivare alla maturità, che sia di una donna o di un’artista arrivata al terzo album non conta, il senso è sempre quello. Angel Olsen la sua maturità l’ha raggiunta mettendosi alla prova con un album in discontinuità rispetto al passato, senza preoccuparsi di cosa avrebbero pensato gli altri ma andando dritta per la sua strada: niente spazio per etichette forzate neanche questa volta.

Divoratore compulsivo di musica e cinema, integralista audiofilo. Ama girare il mondo alla ricerca della parte migliore di sé, parlare con gli sconosciuti, e creare playlist per qualsiasi occasione. Attenzione a non risvegliare il suo animo nerd nascosto, potrebbe essere difficile da placare.

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