Andy Stott – Too Many Voices

Andy Stott – Too Many Voices

Cerchi il nome di Andy Stott nel tuo archivio digitale e ti ritrovi davanti un piccolo mosaico di gradazioni di grigio. Ovviamente sai già che è così, ma è nel momento in cui te li vedi tutti in gruppo, da Passed Me By a Too Many Voices, che realizzi la solidità artistica di un progetto di cui segui l’evoluzione da ormai cinque anni – non lo stalkeriamo dai tempi di Merciless, sostenerlo sarebbe una bugia bella e buona. Nel tempo Andy è passato dal movimento tellurico più abrasivo a un tipo di violenza molto più sottile e non meno efficace, ma prima di parlare di un processo di umanizzazione delle meccaniche della techno provate a guardarli meglio, questi artwork, che sono un tutt’uno con la musica di cui rappresentano la copertina. Quanti volti ci sono? Quanti elementi espressivi? E cosa è cambiato stavolta?

Facciamo un esperimento: prendiamo “Missing” e mettiamole in coda “Waiting for You”. Quello che si avverte è un senso di continuità naturale, che si rafforza ulteriormente se aggiungiamo “Butterflies”. In questi tre pezzi, idealmente contigui, si compie la trasformazione verso un sound superficialmente meno ruvido del solito ma sorprendentemente coerente con le versioni passate di se stesso. Dopo quel finale di Faith in Strangers che decretava l’arresto alle danze e spingeva verso un consapevole abbandonarsi al senso di mancanza, giunge il momento del risveglio dei sensi, di scendere nelle strade della metropoli e andare a leggere le espressioni dei passanti. Che si tratti della New York del video di “Butterflies” o della più vicina Londra cambia poco, l’importante è ritrovare il contatto nelle rispettive solitudini, tra l’uomo dalle cuffie isolanti e dal passo veloce e il ragazzo con un mazzo di cd masterizzati tenuti insieme da un elastico, che viene a chiederti “do you want some underground bass?” e poi, vedendo la tua esitazione dettata dalla sorpresa, aggiunge uno sprezzante “what music do you listen to?” convinto che tu di underground bass non sappia niente di niente (NdR: tratto da una storia vera). Ma a proposito di bass, la base distorta di “New Romantic” sta lì a sottolineare la presenza dei classici punti di riferimento stottiani, con la sottile melodia portante che finisce per spendere ancora di più nel contrasto (v. anche “On My Mind”), mentre “First Night” è un porto relativamente sicuro per gli affezionati del vecchio, lento e inesorabile schiacciasassi. Se proprio siete ancora convinti dell’impersonalità della musica di Andy, sappiate che anche scegliere di cancellare volti e lasciarsi andare ad atti meccanici è, a modo suo, nient’altro che una diversa espressione di umanità.

Torniamo indietro su “Waiting for You” e focalizziamoci, per concludere, sul ritmo. L’andamento è quello frammentato e fuori controllo di Oneohtrix Point Never, e in fasi successive del disco Andy sembra andarci giù pesante nello spezzare il naturale fluire dell’ascolto. Ascoltare “Forgotten” per la prima volta è come inciampare per sei minuti di fila, ma si fa presto ad abituarsi al terreno accidentato. La mente inizia a completare automaticamente i passaggi mancanti ripristinando una parvenza di scorrere naturale, e quello che a primo impatto sembra un difetto diventa addirittura un valore aggiunto. Doverci mettere del proprio, dover fare uno sforzo, è più soddisfacente che avere la pappa pronta in ogni occasione. Ringraziamo il cielo che ci siano ancora dischi in grado di darci questo.

Webmaster, blogger e ghostwriter. Si dice che abbia una compilation con dentro ogni buona canzone mai scritta. L'immagine della perfezione è la Via Lattea su una foresta di aghifoglie. Se ha un suono ha anche un colore, e questo vale anche per l'acqua. Com'è evidente, ha sempre parlato per enigmi. Low e Loveless in blu come dischi della vita.

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