Amplifier – Trippin’ with Doctor Faustus

Amplifier – Trippin’ with Doctor Faustus


Sliding Doors o, se preferite, silenziosi passaggi di testimone. Durante il giorno in cui il mondo apprese della triste fine di Chris Cornell, gli Amplifier decisero idealmente di omaggiarlo anticipando Kosmos (Groove of Triumph), primo singolo estratto dal loro 6° album Trippin’ with Doctor Faustus. Se le parole possono risultare vacue innanzi al mistero e la tragedia della morte, la band di Manchester sa benissimo che la sola eredità nella musica è la musica stessa. Ecco quindi che in questo “viaggio” di 10 tracce la legacy con i Soundgarden è qualcosa di vivo e, per certi versi, commovente. Sel Balamir & Co. con i Soundgarden ci sono cresciuti, un po’ come tutti noi figli del rock. E chissà che non sia stato proprio un accordo di Thayil, un gorgheggio spaccavetri di Cornell, un ritmo sbilenco di Cameron ad attivare in loro la forza creatrice. 

Eppure la loro storia, che inizia sul finire dei ’90, è anche una porta scorrevole opposta a quella della band di Seattle e di tanti altri (anche con meno meriti). Pur potendo pescare dal bacino degli eredi del grunge, del nu metal, dell’indie, dell’alternative e del prog, fertili terreni anche in Albione in quei primi duemila, gli Amplifier sono rimasti un po’ margini del discorso. Al sesto album sono alla sesta label, quella definitiva – si suppone – visto che è di loro proprietà: Rockosmos. L’auto-produzione fu alla base dei ritardi con cui diedero alla stampe anche il sospirato terzo album, The Octopus (2011), ad oggi il loro maggior sforzo creativo. L’insuccesso di vendite (Balamir spediva da casa personalmente le copie dei cd i cui ordini avvenivano tramite e-mail…) e la difficoltà ad occuparsi di musica e parte commerciale, ha spinto il former bassist Neil Mahoney a lasciare, amichevolmente, la band. Sostituito da Alex Redhead e aggiunto stabilmente alla formazione l’ex Oceansize Steve Durose, gli Amplifier hanno saputo trascinarsi fuori dalle secche, operando strategie atte più a fidelizzare la base che aumentarne la portata. Sia Echo Street (2013) che il successivo Mystoria (2014) non hanno lasciato segno ma hanno permesso alla band di farsi conoscere live e trovare i capitali per finanziare il progetto casa discografica. 
Pur producendo musica rock hi-fi, con tutti i pregi e difetti del caso, al sesto album bisogna dar loro qualche credito: quello di averci sempre creduto e di essere ancora riconoscibili.

Trippin’ with Doctor Faustus contiene tutte le caratteristiche che hanno reso la band di Manchester quella che è, con la speziatura psichedelica contenuta nello stesso titolo dell’album. Kosmos e l’apertura Rainbow Machine sono canzoni con venature psichedeliche vintage. Gruppi come i texani The Black Angels che di questo ritorno a vecchie sonorità hanno fatto uno stile sono tra le maggiori fonti di ispirazione. Ma per gli Amplifier questo è solo un declinarsi. La bellissima e sbilenca Freakzone riporta ai fasti dell’omonimo d’esordio e a rigurgiti sabbathiani. Suona Amplifier tanto quanto l’ipnotica The Commotion, mentre sono i Soundgarden i parenti più stretti della implosiva Big Daddy e della blueseggiante Old Blue Eyes. Tutta la prima parte dell’album è ben orchestrata e si sente perfettamente che ci sono distanze sia creative che produttive tra i vari pezzi. Horse era già presente nel “Live in Berlin” del 2012. Silvio (sì, dedicata al vostro beneamato ex presidente del consiglio) era addirittura uno scarto dalla lavorazione di The Octopus. Le fasi più orientate al riff sono quelle dove gli Amplifier raggiungono l’eccellenza, mentre scelte di arrangiamenti e alcune fasi di raccordo all’interno dei singoli brani sono rivedibili. Riescono ad alternare fasi dense ad altre più rarefatte pur contenendo il minutaggio dei pezzi e questo è senz’altro un merito e un insegnamento tratto da passate esperienze. Le cose che funzionano meno stanno tutte nella seconda parte, a partire dall’acustica Anubis, una ballata che presenta un’interessante linea melodica ma che risulta inconsistente e fuori fuoco all’interno di un’opera di tutt’altro respiro. L’avrebbero potuta lasciare come b-side o ghost track. Supernova si innerva su basso e organo per poi sfociare in un climax che non è ne’ drammatico ne’ solenne. La già citata Silvio, che ha un suo valore nel concept sulla figura del Faust, è poco incisiva.

Forse è la chiosa con Old Blue Eyes a sintetizzare meglio ciò che i mancuniani sarebbero potuti essere e non sono: una grande band rock hi-fi che è finita intrappolata dall’altra parte della porta scorrevole. Gli ingredienti ci sarebbero tutti eppure questi non sembrano più tempi per le icone. 
E allora lasciamo fare agli Amplifier quello che sanno fare meglio…gli Amplifier. O almeno è ciò che gli auguro. 

Laureato in filosofia con una tesi sull'Elogio della Lentezza nel laurearsi in filosofia, passo la giovinezza su un albero, il che rendeva più che altro difficile cibarsi e comunicare. Ho usato una volta sola la macchina del tempo e son finito qui e ora. Non mi piace, preferivo prima.

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