American Football – American Football (LP2)

American Football – American Football (LP2)

Che fortuna aver trovato codesta intervista di Pitchfork dove “I Santi Patroni dell’emo” spiegano i perché e i percome di questo agognato ritorno sulle scene; ci hanno bellamente risparmiato la fatica di trovare qualche estrosa o ruffiana introduzione in cui avremmo dovuto azzardare avventiste ipotesi sulle motivazioni di una reunion così tarda ed agognata. Se non l’avete letta ancora o se non ne avete intenzione, il punto è semplice e sicuramente meno romantico di quanto ci si potrebbe aspettare: la voglia di proporre cose nuove agli spettatori paganti e di fare finalmente quello che non fu fatto all’epoca, tenere in piedi la band e divertirsi. Che nessuno poi si azzardi a tirare in ballo qualche menata sulla necessità del ritorno “di una delle più importanti band emo degli anni pre Duemila”: che siate attenti o che ci abbiate seguito vi ricorderete almeno una manciata di ottimi dischi di genere usciti negli ultimi anni, dai più formali Prawn ai più estrosi The World Is a Beautiful Place.

marioCerto se le intenzioni sono delle migliori, riportare tutto sul piano pratico 17 anni dopo è un altro paio di maniche, specie quando alle spalle non hai un seguito di fan, ma un vero e proprio culto. Perché senza troppi giri di parole, American Football (1999) è un disco di culto. Sarà la copertina a dir poco iconica, saranno quei killer verse che spuntano come funghi nei meme tutt’ora, o sarà semplicemente che la musica è così densa, potente ed emozionante, ma quando si parla di emo, è quasi impossibile non associare la parola a quella foto dalle tinte verdognole. E non ci sarebbe neanche bisogno sottolineare quanto importante sia stato per la scena a seguire, che si parli di gruppi che hanno preso in prestito qualcosa a livello grafico (questa copertina degli Hotelier, le band che hanno messo uno sport nel titolo: Football, Ect , Modern Baseball…), o a livello musicale, dalle più semplice influenze fino ad arrivare al (sublime) paradosso, il fac-simile cinese che parla per davvero di calcio! In queste condizioni insomma diventa durissima, tra la paura di non essere all’altezza ed il timore di rovinare la magia e l’alone di leggenda che aleggia attorno a chi in carriera ha fatto un solo grande disco prima di sparire. Girando un po’ poi non è assurdo imbattersi in piccole ma comprensibili contraddizioni da odi et amo, come questo commento trovato sotto il nuovo singolo uscito “I’ve Been So Lost For So Long” che ben rende l’idea: “These guys didn’t need to release a new album“.

Il compito poi è reso ancor più arduo dalla natura strettamente nostalgica della proposta, ossia dalla necessità di coniugare l’intensità dei brani con la genuinità del tutto, cosa che diventa spinosa quando non hai più 20 anni ma sei alla soglia dei 40, quando al college non ci vai più ed i cuori spezzati non possono avere più l’appeal di un tempo, o almeno non solo quelli. Il pericolo di ascoltare qualcosa di grottesco fatemelo premettere, è però scongiurato, ma su questo non avevo grossi timori, dato che reputo gli American Football un gruppo di musicisti troppo preparati e dedicati per far qualche pasticcio dai toni ridicoli. Sentire di nuovo quei suoni di chitarra alle prime battute di “Where Are We Now?” ammetto abbia colpito dritto nei feels anche me, che per mere questioni anagrafiche nel ’99 non ero pronto per vivere quei brani, eppure un certo effetto lo fa ugualmente, e se c’è qualcosa su cui batte forte questa musica, lo ribadiamo, questo è un senso acremente nostalgico ( e lo sanno bene loro che hanno girato il video del loro singolo di maggior successo quindici anni dopo l’uscita).

kirkIl primo impatto con i nuovi brani può essere indubbiamente spiazzante, in particolare la voce, più alta, più diretta di Mike Kinsella sembra stridere con il ricordo del cantato sommesso del precedente lavoro, per qualcuno suonerà certamente come alto tradimento, “non è uguale a come era allora”; eppure basterebbe farsi un giro nella vasta discografia degli Owen, il suo progetto solista, per osservare direttamente come il passare del tempo abbia influito sul modo di cantare (ad esempio comparate questi due brani rispettivamente del 2001 e del 2016 per farvi un’idea delle rispettive somiglianze col vecchio e nuovo). Proseguendo nell’ascolto, tra reminiscenze dal passato (“My instincts are the enemy”), e scorci di novità (“Desire Gets in the Way”), inizia a farsi sempre più vivido il quadro della situazione, perché se da un lato, a dispetto della voce,  i suoni (specie delle chitarre) sembrano rimasti invariati, la differenza vera che pare emergere è di tipo strutturale, nell’approccio al songwriting. In questo senso non si può dire che l’esperienza solista di Kinsella non abbia influito, per non dire sconfinato, nel gruppo che lo ha reso famoso. I brani, mai oltre i 5 minuti, suonano mediamente più rotondi e lineari, più volti al rock acustico (vedi certi passaggi di “Born to Lose” o la coda non proprio brillante di “Desire Gets in the Way”), fatto biograficamente riscontrabile ancora una volta nell’intervista, per bocca dello stesso cantante che menziona l’assenza di quel certo “divagare” che invece contraddistingueva i vecchi brani. L’ottica più ovvia in cui si potrebbe inquadrare questo shift è quello della maturazione, eppure se ciò è parzialmente vero a livello tematico, (dove al sempre presente spettro delle relazioni finite subentrano una manciata di riflessioni  più personali ma parimenti amare) suonerebbe strano utilizzare un termine del genere, che inevitabilmente finirebbe per donare una connotazione implicitamente giovanile ed ingenua al precedente LP, che era tutto fuorché immaturo, se pensate alla profondità della musica espressa in quegli anni, tra quegli intricatissimi ma essenziali disegni chitarristici e la batteria dai tempi jazz.

Tirando le somme, qualcosa è andato perso negli anni, e non parliamo solo della giovinezza e dell’impeto di intensità che si porta appresso, ma nella proposta in sé, che laddove se la cava con grazia nel ricollocarsi temporalmente, riesce un po’ meno nel tenere botta verso quei fantastici vecchi brani, sempre brutalmente diretti al punto (ed al cuore) pur concedendosi momenti più distesi e farciti di imprevedibilità (che emozione sentire per la prima volta la tromba in “The One with the Wurlitzer”). sadSia ben chiaro che nelle 9 tracce dell’album sarebbe difficile segnalarne una propriamente brutta o anche solo da skip, al contrario l’ascolto fila liscio ad ogni passata, e come da retaggio math rock ne servirà più di uno per entrarci dentro appieno e decodificare i vari momenti, peccato non poter però segnalare qualche momento da salto sulla sedia. Insomma se anche non ci siamo trovati con un disco all’altezza della leggenda (ma come fare del resto), questa reunion facendo le dovute considerazioni è quasi il meglio che si potesse fare. Il compito era tosto e al netto dell’improbabilità di riproporre qualcosa di qualitativamente uguale (viene da sè che questa musica si presti meglio ad un determinato spettro di emozioni puramente più giovanili), il risultato è più che godibile, e tutto sommato è stato bello rituffarsi anche solo con la mente in quel di Urbana, Illinois, là dove si trova la famosa casa ritratta ancora una volta egregiamente da Chris Strong per la cover. Questi sono gli American Football nel 2016, sono invecchiati e dovete farvene una ragione.

"The media cyborg lives thanks to the media. In the age of cyber-medialism with its emphasis on simulation the hi-tech media become the condition for survival". Dicono di me (?): "His mind is in a perpetual St. Vitus dance - eternal activity without action - "

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