5 dischi electro per uscire dal lockdown

Stiamo ascoltando un sacco di musica elettronica in queste settimane di arresti domiciliari. Mentre raccogliamo forze e ispirazione per parlarvi di qualcos’altro in modo più approfondito, ecco raccolti di seguito cinque dei long playing che le nostre cuffie ormai conoscono a memoria. Venitene a capo, perché l’elettronica del 2020 passa da qui.

 

Félicia Atkinson – Everything Evaporate (Shelter Press, 2020). Una narrativa laconica che dalla prosa finisce in infusione in un cinema muto, minimale, e metropolitano al contempo, dove perdi presto i riferimenti temporali, e soprattutto in cui non ti rendi più conto della posizione dove ti trovi. Dopo l’introduzione in spoken word – che vuoi per il sottofondo, vuoi per l’atmosfera, ci ha ricordato il recente King Midas Sound – seguono venti minuti di labirinti soft drone in cui altre voci secondarie, dal basso, emergono a creare un tappeto ambient altrimenti composto di soli gong, marimba e note sparse di pianoforte, creando una polifonia confusa e unitaria al contempo. Tra le uscite del periodo covid-19, Everything Evaporate si propone tra i più coinvolgenti e misteriosi, e soprattutto come un LP che puoi ascoltare per distendere i nervi dopo una lunga giornata di smart working. Non si tratta di suoni che ti danno la carica (anzi), ma di un’elettronica di sfondo che si accompagna bene a una tisana rilassante, quando le luci della sera sono ormai calate. 82/100

 

Caribou – Suddenly (City Slnag, 2020) . Il più grande pregio dei dischi di Caribou (il principale progetto di Dan Snaith) è quello di riuscire a riscuotere un apprezzamento trasversale presso diverse fasce di pubblico, dall’ascoltatore electro oltranzista all’indie boy aperto alle produzioni elettroniche più melodiche. Anche questo LP non fa eccezione. Il canadese si dimostra se possibile ancora più versatile del solito, a suo agio con i linguaggi musicali più disparati. È capace di destreggiarsi tra irresistibili melodie pop (“Like I Loved You”, “You And I”) e tracce in cui emerge prepotente il suo spirito più house (“Never Come Back”, “Ravi”). Può ricordare i Radiohead più elettronici (“Magpie”), deformare a suo piacimento un soul d’annata (“Home”) o addirittura trasformare una progressione pianistica in un hip hop androide (“Sunny’s Time). Qualsiasi cosa decida di fare, comunque, Snaith dimostra un invidiabile gusto melodico che ancora una volta riesce pienamente a coinvolgerci. 80/100

 

Ben Lukas Boysen – Mirage (Erased Tapes Records, 2020). Compositore berlinese abile ed arruolabile per colonne sonore di videogiochi e cortometraggi, si svincola nuovamente dal lavoro su commissione per un long playing di elettronica ambientale variopinta, in cui aggiungono contenuti e spigoli il sassofonista australiano Daniel Thorne e la violoncellista Anne Müller. Il non voler seguire un’unica direzione principale suggerirebbe che in realtà si tratta di più miraggi, e non di uno solo come da titolo, che visualizzano immagini digitali ed acustiche, oniriche e caleidoscopiche, di stasi o di movimento continuo nello spazio. Il pezzo più coinvolgente è probabilmente Empyrean, che campiona la voce di Lisa Morgenstern e la rende organo computerizzato. I dubbi principali riguardano l’omogeneità della selezione proposta: si entra ed esce dal campo electro ritrovandocisi in scenari troppo distanti da quelli delle tracce precedenti, non dando così l’idea di un lavoro pensato con un concetto generale, ma solo come una raccolta di registrazioni più e meno azzeccate. 65/100

 

Nicolas Jaar – Cenizas (Other People, 2020). Cenizas. Ceneri. Basterebbero il titolo e la copertina per descrivere l’ultimo LP di Nicolas Jaar. Il cileno lavora in sottrazione, lasciandosi alle spalle i ritmi più ballabili ed immergendosi in un’atmosfera funerea e quasi sacra. In questo disco a farla da padrone è la musica ambient, con echi world, jazz e neoclassici a fare da cornice. Un’altra sorpresa arriva dall’utilizzo della voce, che aggiunge ulteriore emotività nelle poche volte in cui appare, come nella titletrack o nella progressione finale di “Faith Made of Silk”, che si eclissa nel silenzio proprio quando sta per raggiungere il suo climax. Jaar parla del Coltrane di “Crescent” come di una delle maggiori ispirazioni dietro questo lavoro, ma non è l’unico riferimento colto che possiamo riscontrare. È evidente infatti anche l’influenza di Jon Hassell, quando non addirittura dei Popol Vuh nei pezzi più spirituali. Questo è un lavoro che parla la lingua dell’isolamento, e che prova a sfuggire da esso intraprendendo una specie di viaggio verso qualcosa di altro, di indefinito. Un’opera insomma perfetta per questa quarantena, che ci mostra un artista forse meno dirompente ed innovativo di altre volte ma sempre di assoluto spessore. 76/100

 

Vladislav Delay – Rakka (Warp, 2020). Mettiamo subito le cose in chiaro: Rakka non è un ascolto facile. In realtà, non è nemmeno facile descriverlo. Uno dei primi paragoni che viene spontaneo fare è quello con AURORA di Ben Frost, uno dei principali esempi di ambient noise dello scorso decennio. Rakka è se possibile ancora più estremo, travolgente, un autentico treno in corsa. Il passato microhouse di Delay è completamente dimenticato, non esiste più traccia di tutto ciò. Rimane immutata invece la sua capacità di esprimere suoni e suggestioni provenienti direttamente dalla natura, ma non nel senso in cui ci aspetteremmo. Se di natura si parla, in questo lavoro, è nel senso più leopardiano del termine: una matrigna distruttiva e capace di travolgere tutto senza accorgersene e senza alcun rimorso. Una natura che stavolta sceglie di dialogare con un finlandese, anziché col solito islandese. Ed il risultato è uno dei dischi più belli degli ultimi mesi. 84/100

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