10 dischi rock 2017 per tenere il passo

Nei primi mesi del 2017 abbiamo registrato uscite discografiche di sicuro interesse, ma sempre meno persone sembrano voler stare al passo. Ognuno fa da sé, aggiornandosi con le sole pagine Facebook a cui è iscritto ed essendo disposto a perdersi per strada dischi che poi si ritrova – se va bene – nelle classifiche di fine anno. Noi tuttavia, imperterriti, continuiamo a credere che quanto segue non stia realmente accadendo, anche perché onestamente ci indispettisce molto che il rock sia trattato con tanta superficialità nei social, anche da tuttologi di dubbissima cultura musicale.

Apatia, disaffezione, mancanza di tempo, stimolo e voglia di approfondire. Pigrizia e obsolescenza culturale, effetto boomerang dei social network. Morte del rock avvenuta nel 1991, poi posticipata al 2000 (Kid A) e infine al 2007 (Untrue, o anche quando i forum tematici hanno iniziato a perdere utenti per colpa di Facebook). Ascesa e dominio dei servizi streaming sulle cui statistiche sono disciplinate le strategie commerciali sia delle grandi major che delle etichette pseudo-indipendenti, oltre che dei grandi organizzatori di festival. Morte o evoluzione in altro luogo d’incontro del negozio di musica (non ancora in Italia, ma in America il record store sta diventando sempre più spesso punto di ritrovo e condivisione con bar e cucina annessa). Si campa di ristampe e reunion forzate. Si campa per andare a vedere l’idolo anni ’90 che va ancora in tour. Si campa della musica che si è scoperta e sviscerata fino a che non abbiamo finito l’università e – si spera – trovato lavoro.

I dischi di cui vorremmo parlarvi in queste settimane sono tanti, troppi per una redazione piccola come la nostra che negli anni ha perso alcune delle sue firme migliori, per quelle che potremmo definire cause di forza maggiore. Il lavoro, l’amore, la famiglia. Noi che siamo rimasti siamo sicuri che chi c’era, all’epoca dei mille ForumFree e dei primi episodi della nostra rivista Panopticon, non ha mai del tutto abbandonato la passione per la musica. Solo non ha più tempo per dedicarsi costantemente ad essa. Il momento del gioco è purtroppo terminato, adesso si fa sul serio. 

I. Gorillaz: Humanz. Non si capisce dove vogliano andare a parare. D’accordo sulla figosità del combo guidato da Damon Albarn, ma il troppo storpia. Così Edoardo Ardito nel forum di DYR: “Il problema fondamentale è sono tipo 20 tracce nella versione normale, che salgono a 26 nella deluxe leakata, che saliranno a QUARANTA nel box che venderanno tra un po’. Poi detto questo, sembra piuttosto diverso dai precedenti: molto meno focalizzato sulla forma canzone e più sul suono e sull’atmosfera, diciamo così. Indicativo anche il fatto che abbiano chiamato un bordello di ospiti, praticamente uno per ogni traccia. Certo che raccapezzarsi su 20 tracce non è facile. Lode però ad Albarn che è sempre capace di prendere gente fresca e attuale (Vince Staples, Danny Brown e compagnia). Non è da tutti”.

II. Gas: Narkopop. Pare un discone. Wolfgang Voigt aka Gas è tornato dopo 17 anni di assenza. Pierluigi Ruffolo: “Narkopop è bellissimo come prevedibile, a partire dal titolo, e l’artwork della versione LP sembra superbo. Però costa un botto. Io l’ho preso in CD su Bleep. In pratica è un libretto a copertina rigida e una tasca per il cd, molto belle le immagini. L’artwork è quello del vinile, ma in piccolo. Questi sono i dischi che mi piace fisicamente avere. Non lo conoscete? Se vi piace The Field allora Gas dovete provarlo per forza”. 

III. Planetarium. È un disco di Sufjan Stevens assieme a Bryce dei National (per farla breve), ed esce su 4AD (spesso ma non sempre una garanzia). Non l’abbiamo ancora ascoltato e non abbiamo compreso se sarà prevalentemente strumentale o meno, ma l’anteprima rilasciata nei giorni scors, Mercury, promette davvero bene. D’altronde lo stato di forma di Sufjan è ancora al top, come si evince dallo splendido live album del tour di Carrie & Lowell.  

IV. Sufjan Stevens: Carrie & Lowell Live. Si può ascoltare qui. Dal forum, Matteo Ragnedda: “Che roba, Carrie & Lowell MINIMO nella Top10 del decennio. FORSE Have One on Me di Joanna Newsom è l’unico che può competere con quei livelli di bellezza”. Antonio Pagano: “Bastano i primi 30 secondi di Death With Dignity di questo live per spazzare via tutto ed elevarsi. Che fuoriclasse. Arrivato a All of Me Wants All of You comincio ad avere gli occhi lucidi come quella sera a Milano. Se nel avesse aggiunto i bis avrebbe rasentato la perfezione. Ricordo versioni da brividi di Casimir Pulaski Day, Concerning the UFO…, For the Widows in Paradise… e Chicago. Io azzardo a dire che questo live è meglio del corrispettivo in studio. Le canzoni sono meno scarne, sono più profonde, rotonde e hanno più dinamicità: bellissimi gli inserti di synth e i controcanti di Dawn Landes. E poi la sua voce, sempre sul punto di spezzarsi…”. Angelo Disabato: “CARRIE & LOWELL è il disco che avrebbe fatto Elliott Smith, se non si fosse “piazzato” una lama nel cuore. E questo live è davvero uno spettacolo, ti strizza il cuore come un mocio vileda…”.

V. Mac DeMarco: This Old Dog. Thomas Borgogni: “il nuovo è veramente molto bello e rilassato, laid back si direbbe in inglese. All’inizio sembra senza mordente, invece è proprio quello lo spirito, forse più che in passato. Da ascoltarsi proprio con una birra al parco… se solo non fossi allergico lo avrei già provato in questa modalità. Davanti ad Autocad la sera stanco morto, però fa comunque un ottimo effetto. I suoi più vecchi forse non li batte ma se la gioca, Salad Days l’avevo consumato”. Qualcuno sostiene che Mac abbia preso, nei cuori degli appassionati, il posto che occupavano i Girls di Christopher Owens. E sì, probabilmente è così. 

VI. Ride: Weather Diaries. Ne parliamo più avanti, quando lo potremo ascoltare per intero, e vedremo se sapranno rispondere ai colleghi-coetanei Slowdive, che sono tornati con uno strepitoso omonimo album. Onestamente le fiches che siamo disposti a giocarci su di loro sono poche, perché a ripensarci, tutta la storia dei Ride è fatta di alti e bassi. Perfino il loro capolavoro Nowhere (1990), forse non è un capolavoro in senso lato. Magari, pur con tanti capelli in meno, saranno in grado di smentirci. 

VII. Do Make Say Think: Stubborn Persistent Illusions. Post rock, c’eravamo tanto amati. E certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano al mighty Hotel 2Tango di Montréal. Loro sono una delle migliori formazioni di post rock strumentale – spesso intriso di accenti jazz – più importanti, e uno dei fiori all’occhiello del catalogo Constellation. Tornano dopo ben 8 anni con un LP pieno zeppo di idee e soluzioni stilistiche nuove (se ne possono ascoltare un po’ qui) e anche stavolta non temono il confronto coi più celebrati GY!BE. Esatto. Date retta, compratelo.

VIII. Real Estate: In Mind. C’eravamo quando, agli esordi, qualcuno li accostava agli Animal Collective acustici, forse più per il vibe estivo che rilasciava la loro musica folk, e c’eravamo quando col precedente Atlas hanno messo pienamente a fuoco la loro proposta. Oggi, In Mind, ci pare già troppo sbilanciato verso un jangle pop di maniera. Sarà la dipartita di Matt Mondanile, sarà che forse l’hanno voluto proprio così fedele alla linea, ma non riesce a creare l’atmosfera fluttuante e vacanziera dei tre tomi che lo hanno preceduto. Certo non per tutta la sua durata.

IX. New Pornographers: Whiteout Conditions. Alla fine Dan Bejar, aka Destroyer, se n’è andato. Lui che ha sempre aggiunto il suo contributo alla causa, stavolta impedisce con la sua assenza alla piena riuscita del settimo disco del super gruppo indie canadese. Non bastano la voce portentosa della Case, il songwriting puntuale di A.C. Newman e il candore pop della Calder. L’ingrediente poetico e irrazionale aggiunto da Bejar riusciva, anche quando si trattava di sole 2 o 3 tracce, a rendere il flusso di ascolto più vivo, certo meno piatto. Bill Bruisers c’era sembrato il loro migliore dai tempi di Twin Cinema, Whiteout Conditions più che il loro episodio minore ci sembra quello meno necessario. Non aggiunge nulla alla causa, anzi, semmai appunto toglie.

X. Sun Kil Moon: Common as Light and Love Are Red Valleys of Blood. Incredibile. Provate a digitare il titolo dell’ultimo disco di Mark Kozelek su YouTube e i primi risultati che vi verranno fuori sono video-recensioni di improbabili emuli di The Needle Drop. Che ciò accada per musica come quella dei 130 (centotrenta) minuti del nuovo Sun Kil Moon, fa capire quanto il mondo della ragione social media riesca a generare mostri. Sull’album, Stefano Villa nel forum di DYR: “Insostenibile per me…io dopo Benji non lo reggo più, complimenti a chi arriva alla fine. Mi interesserà di nuovo quando tornerà a cantare e a fare canzoni. A mio avviso ha perso la bussola”. Benji però escluso… perché non piacerà quanto il Kozelek che cantava libero, ma come formula quella è stata indovinatissima. Poi è vero che il troppo guasta, e il rap folk stanca presto. La collaborazione con Justin K. Broadrick è stucchevole e l’album dell’anno scorso… non gliela si faceva ad ascoltarlo per intero. Sicuramente piaceva di più prima, coi RHP e coi primi SKM, ma gli anni passano e forse non ne ha più per cantare, o non ha più melodie. Non gliene vengono più a sufficienza. In generale pare voler essere a tutti i costi prolifico, mentre dovrebbe perdere meno tempo coi progetti paralleli, con le cover, con le canzoni natalizie (anche se l’album natalizio era bellissimo), e concentrarsi solo sui SKM, senza abbozzare niente come forse invece sta un po’ facendo. Piuttosto, avviamo la petizione per la ristampa dei dischi coi Desertshore!!!

Dobbiamo ancora parlare di Actress, Arbouretum, Black Angels, Roger Waters e Perfume Genius. Aspettando i nuovi di The National, Grizzly Bear, Jarvis Cocker, Queens of the Stone Age e forse A Perfect Circle.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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