10 dischi 2017 per tenere il passo, part IV + V

Eccoci al quarto ed ultimo report per questa annata 2017 che, possiamo già dirlo, è risultata abbondante in termini di resa, ma senza picchi assoluti in grado di rilanciare le sorti di pop, rock e metal. Ormai dobbiamo farcene una ragione, d’accordo, ma continuiamo a sostenere che i talenti in giro ci sono, e che forse le case discografiche, con quei pochi fondi che hanno ancora a disposizione, invece di investire nel passato con ristampe e riedizioni espanse di dischi che spesso continuerebbero a vendere il giusto senza bisogno di ritocchi, dovrebbero puntare di nuovo sui giovani artisti, offrendo loro condizioni migliori e trovando nuove formule di vendita del prodotto fisico, visto che a quanto pare anche i servizi streaming stanno per implodere. Ma non ci vogliamo occupare di questo, fondamentalmente a noi interessa la musica, non il marketing della stessa.

In questo articolo proviamo una formula ancor più espressa, tipica di report di altri settori, in cui c’è talmente tanto da riassumere e raccontare che per metterlo assieme in un unico pezzo, occorre essere estremamente concisi. Prendeteli come sorta di apoftegma – quanto ci piace questa parola – su dischi che non siamo riusciti a trattare singolarmente, o che soprattutto abbiamo sentito non avrebbe avuto senso approfondire con recensioni più profonde. In un mondo ideale, la musica non sarebbe consumata – e spesso frettolosamente rigettata – a questa velocità. Tuttavia, visto che non ci paga nessuno per questo servizio, e chiedendo scusa agli artisti che invece hanno investito mesi se non anni nella creazione di questi lavori, abbiamo preferito questo format. Ad ogni modo, non è detto che alcuni di questi non li ritroviate nella classifica di fine anno…

Ariel Pink – Dedicated to Bobby Jameson. Non avevamo parlato del ritorno di Ariel Pink. Sempre dedito a disegnare sfondi ipnagogici e nostalgici della cassette-culture per le sue canzoni pop, stavolta si è ripresentato con 14 tracce dedicata alla sfortunata vicenda del cantautore anni sessanta Bobby Jameson. La formula, gingillo in più gingillo in meno, è sempre la stessa. E come sempre, manca di qualche proteina fibrosa in grado di tenere in piedi la struttura. Insomma, ci siamo sì, ma ci siamo anche no. Meglio John Maus. 65/100

Beck – Colors. Un rinnovamento e un cambio di rotta. Come si può immaginare dal titolo, il tredicesimo disco in studio di Beck non è folk intimistico. Stavolta, con arrangiamenti pop estremamente sapienti, la direzione è quella della radiofonia e dell’orecchiabilità a primo ascolto. Infatti dopo un paio di giri, già canti tutte le canzoni. E questo è sia il concetto ricercato dall’artista californiano, che il limite di Colors, perché a un certo punto ti rendi conto che manca quella profondità che ti aspetti e che vuoi da Beck. È una raccolta di potenziali singoli, che oltre al vestito molto commerciale e luccicante che indossano, risultano troppo facili, perdendosi in una superficialità di ascolto che fa quasi spallucce rispetto alla grande spiritualità dell’artista di Sea Change o Mutations. Sai che è lui, e per quanto a primo impatto lo trovi divertente, sai anche sa essere più ragionato e sentito. Assolutamente non un passo falso, perché la qualità c’è, ma Colors non aggiunge un granché alla discografia. Ma ogni tanto, Beck ha bisogno anche di questo. 70/100

Chomper – Medicine Mountain. Supergruppo di sconosciuti ai più, ma molto cari ai nostri lettori. Si tratta di una band composta da membri di Guided by Voices e The Men, che spara un rock di stampo MC5 talmente fuori moda che fa figo ascoltarlo. Roba che negli anni Novanta avrebbe fatto furore, e che oggi rintracci solo se non ti sei ancora arreso all’evidenza. Melodie irruente, ritmo incalzante, chitarre abrasive, caos quanto basta. Compratelo se vi piace Open Your Heart dei Men. 79/100 

Eluvium – Shuffle Drones. Post rock concentrato in tessere di puzzle, quasi tutte da 32 secondi ciascuna. Le metti assieme, e hai un quadro di circa 13 minuti di musica ambient che può farti compagnia mentre guidi verso una meta vicina o mentre scrivi una mail dalla scrivania. L’idea è originale – in un genere che spesso fatica ad esserlo – e al passo coi tempi. Ma per ovvie ragioni, non lo ascoltate con Spotify! 78/100 

 

Glassjaw – Material Control. Ecco un titolo che meriterebbe di essere trattato separatamente. Il nome Glassjaw, a 15 anni (!!!) di distanza dall’ultimo full lenght pubblicato, può non dire molto ai più. Chi all’epoca c’era, invece, ricorderà che la band di Daryl Palumbo e Justin Beck era considerata l’alternativa ai Deftones di Around the Fur. Il loro Everything You Ever Wanted to Know About Silence (2000), a riascoltarlo oggi, continua a spaccare. Nel nuovo Material Control, in cui interviene Billy Rymer, già batterista dei forse non del tutto compresi Dillinger Escape Plan, il post hardcore è ancora genuino e melodico il giusto, senza risultare stucchevolmente emotivo. Ci sono molti pezzi seri, e la sensazione è che potrebbe finire nella chart di fine anno. 82/100 

Godflesh – Post Self. Meno riff e più rumore post punk nel nuovo Godflesh di Justin Broadrick e G.C. Green. Se il precedente A World Lit Only by Fire era una macchina d’assalto e quindi una prova di forza per il duo britannico, il nuovo Post Self sembra programmato per esplorare coordinate e quindi umori differenti, seppure sempre guidato dall’innato spirito goth metal. Non è questione di “ricerca delle radici industrial e noise”, come ha scritto qualcuno, quanto di crescita intellettuale e maturazione artistica che per forza di cose ha portato i titolari del progetto – e di altri come JESU, Final, God, JK Flesh… – a variazioni intorno al tema principale. Può piacere più o meno, ma fondamentalmente Broadrick ha sempre fatto musica per lo stesso pubblico. Certo che questa uscita, volendo fare un ranking della sua discografia, si pone tra quelle che alla fine risultano più rilevanti. E onestamente, osservando in giro, non si trova con facilità musica di vero industrial di pari livello. 81/100 

Hollie Cook – Vessel of Love. Terzo album, il primo su Merge, per la talentuosa e coloratissima Hollie Cook. Registrato in altissima fedeltà, Vessel of Love propone un reggae moderno, ibridato con la psichedelia ipnagogica e l’electro soul metropolitano. Lei è davvero brava e meriterebbe il successo commerciale che hanno ottenuto personaggi mainstream di dubbissima caratura artistica negli ultimi 10, 20 anni. Ci piace in proporzione a quanto ci piace il genere oggi, quindi ecco spiegato il voto, che altrimenti dovrebbe essere più alto. 70/100 

James Holden – The Animal Spirits. Ne parliamo qui, ma un LP di James Holden dovrebbe forse comparire in un report di musica electronica. Invece il suo terzo full lenght per la Border Community è più vicino al concetto di trance rock che a quelli di IDM e minimal techno sotto i quali è spesso catalogato. Ci sono tracce che rimandano al tribalismo degli svedesi Goat, altre alla fantasticheria dei primi Animal Collective, seppure la tecnica electro sia ben più sostanziosa in Holden. Vengono fuori così pezzi entusiasmanti come “Each Moment Like the First” o la titletrack, ma anche alcuni più azzardati e sbirulini come “Thunder Moon Gathering” o dallo sfondo jazzato che non convincono a pieno. Sentenziamo che l’ingegno può portare a risultati migliori. 69/100

King Krule – The Ooz. Continua a raccogliere consensi il talento di Archy Marshall, ormai arrivato al terzo album, il secondo a nome d’arte King Krule. Il folk che era diventato post punk rallentato, è divenuto un atipico trip hop in cui analogico e digitale accompagnano la poetica metropolitana e post club dell’artista londinese. Non è un ascolto facile, ma certo stimolante quello di The Ooz. Lo promuoviamo pienamente, e ci ripromettiamo di considerarlo per la classifica di fine anno. 80/100 

Leprous – Malina. Ecco un disco progressive metal di buon gusto. È il quinto dei norvegesi Leprous, che si ripresentano con un nuovo chitarrista e una produzione che si svincola parzialmente da certi stilemi scandinavi in questo genere, proponendo un suono più moderno e dinamico. Resta la prosopopea tipica del prog, ma ormai pare impossibile liberarsene. Evidentemente è un atteggiamento o un modo di porsi rispetto alla musica che è degno di esistere. Noi non ce ne facciamo una ragione, ma proviamo ad essere imparziali con un giudizio tutto sommato positivo per roba che un tempo avremmo coglionato alla grande. 65/100

Less Art – Strangled Light. Non può essere un caso che i LESS ART siano una costola dei sottovalutati (ma enormi) Kowloon Wolled City. Così come la band principale, anche i Less Art hanno un piglio serissimo. Qui non si ride manco per il cazzo, al massimo si accenna un sorriso sgangherato. La virulenza è la stessa, ma espressa in maniera più dinamica e meno monolitica. Punk, hardcore, ma niente roba alla Blink, Offspring, NOFX o solarità simili. Qui si urla (tanto tanto), si soffre (neanche troppo) e i nuvoloni sono pieni zeppi di pioggia e suoni distorti. Una band che ha la capacità di passare da puri distillati brutali a momenti di quiete, ma con una padronanza e dimestichezza tali da lasciare a bocca aperta. Se avete adorato i KWL troverete nei LESS ART i “fratellini” gridazzari e scapestrati. Per quanto ci riguarda uno dei dischi post-ardècore del 2017. 80/100 

Loney dear – Loney dear. Emil Svanängen sa che esiste un pubblico per quelli come lui. D’altronde, uno potrebbe pensare, se ce l’hanno fatta Justin Vernon e James Blake in solitaria, perché io no? Eh perché non è così facile amico mio. Nel nuovo omonimo album il folk continua a essere mescolato con sostanze dub ed estetica lo-fi pop, per interpretazioni vocali che per quanto perfettine, non lasciano mai veramente il segno. Manca verve, manca una linea poetica ben definita, manca sapore. Peccato perché nel recente passato, anche qui in Italia, aveva preso alcune buone recensioni. 60/100 

Morrissey – Low in High School. A qualcuno ha stancato il personaggio, ad altri il fatto che sprechi la sua voce per un hi-fi rock di quelli che più inutili non si può. Sta di fatto che Morrissey se ne frega di tutti noi che pensiamo sia anacronistico, e continua a fare il comodo suo. Low in High School è proprio tutto ciò che ci si può aspettare dal Moz, e forse non è più neanche giusto chiedere qualcosa di diverso. Lui vuole fare questo pop qua, con questi strumenti e questi toni da padrino del brit pop. 52/100

Neil Young + Promise of the Real – The Visitor. Non si ferma lo zio Neil, e oltre ad aver restaurato ed aperto i suoi archivi al mondo, continua a pubblicare album di inediti a costanza regolare. The Visitor è il trentanovesimo LP in studio della sua carriera stando a Wikipedia, ed è registrato a Los Angeles con i Promise of the Real. Per quanto già sentita in miglior forma in precedenza, una canzone come “Almost Always” ti mette sempre in pace con te stesso, per quei 4-5 cinque minuti. Altre tracce rimandano al periodo Freedom-Ragged Glory, ma sono quelle più acustiche, appunto, a convincere di più. Il voto lascia il tempo che trova a questo punto. 62/100

Richard Dawson – Peasant. Che talento alternativo quello di Richard Dawson. The Quietus ha appena annunciato che il suo Peasant è il disco dell’anno della rivista, la critica in generale sembra d’un tratto folgorata da questo cantautore con la sua chitarra mezza rotta, e i suoi giri intorno alla canzone (weird) folk. L’opera è ambientata nel medioevo, e il suo tema principale è il concetto di comunità all’interno di un sistema societario più vasto. Niente a che vedere con roba tipo Mumford and Sons o Monsters of Folk, il suo approccio alla musica assomiglia più a quello di un Tom Waits che a chiunque calchi i palchi dei festival internazionali in questi ultimi anni. È musica genuinamente intellettuale, che ci sentiamo di consigliare a chi è stanco del solito folkettino di presunto autore. 85/100 

Robert Plant – Carry Fire. Roberto Pianta è sempre stato appassionato di ritmi, tribalismi, africanismi ed etnicismi vari. Si parla di Medio Oriente per individuare le coordinate del suo nuovo album Carry Fire, ma in realtà in pochi sanno di preciso se certa musica suona marocchina piuttosto che egiziana o libanese. Sta di fatto che l’album, per quanto probabilmente troppo artefatto per essere considerato pienamente genuino, è mistico e coinvolgente il giusto, e apporta ulteriore rispetto a un personaggio che poteva cullarsi sugli allori, ma che al contrario di altri suoi colleghi coetanei, ha continuato a onorare la dea musica. Azzardiamo a dire che assieme al disco con Alison Krauss, è probabilmente la sua migliore pubblicazione di inediti nel post-LZ. 73/100

William Eggleston – Musik. Non il capriccio di un settantottenne che si vuole sentire vivo giocando con la pianola, ma la riprova che William Eggleston non è solo un fotografo (per molti il più importante del tardo ventesimo secolo), ma un artista in senso molto più ampio. Debutta con un disco di musica astratta, suonata, se abbiamo capito bene, sin dagli anni Ottanta con un sintetizzatore Korg O1/W FD e poi sbobinata dai floppy disc in cui era registrata per questa e future pubblicazioni. Potete ascoltarne le tracce qui. Chi è dell’umore giusto o chi è proprio appassionato di improvvisazioni che non sono né classica, né jazz, né post rock, potrebbe voler provare questa prima uscita di Eggleston. 84/100  

Wolf Parade – Cry Cry Cry. Lanciati come alternativa agli Arcade Fire ai tempi di Apologies to the Queen Mary, i Wolf Parade erano in realtà una ben differente bestiola, in caso più intenzionata a giocare nel campo dei Broken Social Scene. Dopo uno iato di 7 anni in cui onestamente in pochi hanno lamentato la loro assenza dalle scene, tornano con un albo in cui cercano di evadere dalla formula art folk pop che li ha resi quasi noti, non riuscendo tuttavia a lasciare veramente il segno. Ci sono momenti in cui ci si diverte come ai vecchi tempi, ma anche stavolta, a fine ascolto, resta la sensazione di una band incompiuta, che non è riuscita a mettere pienamente a fuoco cosa voleva comunicare. Per completisti. 65/100

Wolves in the Throne Room – Thrice Woven. Il black metal oggi è soprattutto quello dei Lupi nella stanza del trono. Nel nuovo Thrice Woven il palcoscenico si riapre su scenari che magari non fanno più paura a nessuno, ma in cui, come ad ogni ritorno di una grande serie tv ambientata in un mondo fantastico o fiabesco, vuoi presto trovare il tuo posto. È un sentimento che dobbiamo approfondire separatamente questo, ovvero il fatto che il metal, certo metal almeno, ormai sia più saga e costume, che assalto di chimere mastodontiche venute fuori da tombe vichinghe. Più scenario che violenza fine a se stessa. 74/100

Zimpel/Ziołek – Zimpel/Ziołek. Davvero buono quest’incontro tra due personaggi della scena underground polacca. Qualcuno se ne infischia dei confini, per cui diciamo semplicemente che Kuba Ziołek e Wacław Zimpel (la ł si pronuncia quasi come una “u”) suonano musica sperimentale dalle radici folk (Ziołek) e jazz (Zimpel). Conosciutisi a un concerto del secondo a Cracovia, hanno deciso di provare a comporre un albo assieme. Il risultato sono quattro tracce per quaranta minuti di musica che trascendono i generi menzionati, per avviarsi su lidi che viene difficile inquadrare con una sola parola. Ci sono elementi etnici, ambient, new age e un generale vibe progressive che rimanda a dischi ormai lontanissimi ma che se siamo qui a leggere, tutti abbiamo ascoltato. Il loro album è dedicato a chi vuole portarsi a casa qualcosa di veramente genuino perché nato per l’amore della musica, e suonato con buon gusto e conoscenze rock ben filtrate. 87/100 

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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