10 dischi electro 2017 per tenere il passo

Quest’anno abbiamo molto peccato. Di uscite elettroniche ce ne sono state tantissime, eppure molte le abbiamo ascoltate in silenzio, senza poi condividerle con chi di solito si affida ai nostri consigli e ai nostri giudizi. Tentiamo di rimediare come abbiamo fatto con i dischi rock, raccogliendo qui una manciata di album ed EP rilevanti in ambito electro. Questa volta troverete un po’ di Pan Records, certamente una delle etichette più interessanti del momento, e molta Italia, che si sta facendo valere e notare a livello internazionale. La ciliegina sulla torta sarebbe il nuovo manifesto di Lorenzo Senni, “The Shape of Trance to Come”, che non tratteremo direttamente un po’ perché si tratta di un singolo, un po’ perché vogliamo dare per scontato che i nostri lettori conoscano ormai bene il nostro numero 1 della chart electro dello scorso anno e un po’ perché, in fin dei conti, con queste poche righe lo abbiamo appena fatto.

Alessandro Cortini – Avanti. Alessandro Cortini è uno che ce l’ha fatta, e in giro per i forum italiani, per diverso tempo, l’invidia nei suoi confronti è stata palpabile. Non che avercela fatta significhi aver fatto i soldoni veri, ma di certo il ragazzo bolognese ha potuto fare esperienze che noi umani del suo paese di origine probabilmente possiamo solo immaginare. Un contesto quello dove si è venuto a trovare – e soprattutto che si è saputo mantenere con umiltà e diligenza – che gli permette di essere promosso e raccontato anche per i suoi molteplici progetti solistici e collaborativi. Il 6 ottobre è uscito Avanti, sesto LP a suo nome, inaugurando le pubblicazioni della nuova etichetta indipendente britannica The Point Of Departure Recording Company. L’album ripesca dei nastri di conversazioni in famiglia – quindi in Italiano – e vi crea uno sfondo integratore ambient noise onestamente non freschissimo, ma capace evidentemente di raggiungere l’obiettivo personale dell’autore, ovvero quello di digitalizzare i ricordi e creargli un contorno sonoro ad essi connesso. La natura del disco è quindi emotiva e del tutto rispettabile, il risultato, a prescindere dalla strumentazione utilizzata, manca di qualche idea che lo renda ancor più unico e solamente suo. 67/100

 

Four Tet – New Energy. Quello di New Energy è il miglior Four Tet dai tempi di Rounds? Forse sì, ma è anche vero che con lui non ha senso più di tanto fare una classificazione del genere. Se i suoi lavori più noti al pubblico rock hanno fatto da ponte tra due mondi (ricordiamoci anche del suo legame con Thom Yorke), i suoi ultimi album non sono da camera e neanche da automobile, non possono essere capiti dalla poltrona, sono fatti per essere ballati. Se lo si è fatto almeno una volta nella vita, l’ascolto di New Energy fa riaffiorare tutti i dettagli di quella divertente pace dei sensi che permea i suoi live set. Se volessimo giudicarlo a tutti i costi come un normale album (“normale” in relazione al modo in cui di solito viviamo le uscite dei grandi nomi), potremmo dire che per essere il top mancherebbe qualcosa in grado di spezzare il ritmo in maniera meno conservativa, ma staremmo sbagliando approccio. 78/100

 

Iglooghost – Neō Wax Bloom. Che bella la musica elettronica. Nel forum qualcuno ha scritto qualcosa tipo “la cosa bella di questo periodo in cui il rock ha rallentato è che abbiamo potuto aprire i nostri orizzonti a cose nuove che prima avremmo ignorato”, e ascoltando il nuovo disco di Iglooghost è difficile non essere d’accordo. È un album che, se lo si ascolta con attenzione, non è per niente facile. È fantasioso. È schizofrenico. È iper-stratificato. Ed è bellissimo. Fate finta di aver riempito la lavatrice di robe belle, che vi mettete quando volete fare bella figura, le varie camicie scure, pantaloni con la piega, calzini chic, e poi, solo dopo aver fatto partire il lavaggio, vi ricordate che nel cestello ci avevate messo anche le magliette di guerre stellari e dei Radiohead e la canotta NBA con la quale dormite, che vi spuntano davanti a singhiozzo coi loro colori accesi in un mare di colori scuri ed eleganti. Ecco, questo è più o meno Neō Wax Bloom. Ogni traccia inizia con (o quantomeno contiene) un’ottimo pezzo di musica elettronica di diversi generi, dalla drum’n’bass a quella-roba-jazzata-alla-Flying Lotus, dall’experimental hip hop all’elettronica più elegante dei nostri beniamini. Solo che questo pezzo viene invaso da altre melodie totalmente estranee, da suoni acidi, da voci iper distorte e tagliuzzate, da suoni quasi 8-bit. Cose che pescano a piene mani dall’immaginario giapponese più colorato e artificiale e videoludico: vocine da parodie delle idol del momento, suoni da videogioco primi anni 80 e via dicendo. E ci sta tutto benissimo, il disco scorre via veloce, arrivi alla fine di God Grid e non ti sembra proprio che siano passati 45 minuti, vuoi risalire sulla giostra e rifarlo di nuovo. Solo che, come detto, quando ti fermi e ci fai caso, il suono è curatissimo, le melodie si incastrano perfettamente anche se davvero sembrano non avere niente a che fare l’una con l’altra, le vocine da chipmunk non ti danno fastidio anche se magari si sovrappongono al vocione inglese di Mr. Yote nella seconda parte di Teal Yomi / Olivine e, anzi, in certi momenti pensi “questa roba potrebbe quasi essere ballabile”. In teoria il disco ha anche un concept in cui immaginiamo siano coinvolti i personaggi che ci sono in copertina (e che c’erano anche in Chinese Nü Yr prima e in Little Grids poi), il che spiegherebbe anche diverse scelte di suono dato che l’immaginario è lo stesso, ma tutto questo passa in secondo o terzo piano quando la musica è così accattivante. 87/100

 

Nhk yx Koyxen – Exit Entrance. Kouhei Matsunaga è un prolifico musicista electro giapponese che ha all’anagrafe artistica almeno una decina di moniker. Fa musica dal ’97, ha inciso per varie etichette di riferimento del sottobosco elettronico come la Mille Plateaux e la Important Records, e ora, con Exit Entrance, per la prima volta per la DFA. Registrate tra Tokyo e Berlino, le otto tracce che lo compongono oltrepassano la techno basica con un suono tridimensionale, croccante e conciso al contempo, frutto di una formula meno matematica e più emozionale rispetto al passato, nonché in grado di armonizzare un digitalismo altrimenti secco e forse non più così intrigante oggi 2017. C’è invece la giusta acidità, soprattutto in pezzi come “Meeting” e “Outset (for Mika Vaino)”, a bilanciare una non così spiccata capacità melodica. 74/100

 

Ninos Du Brasil – Vida Eterna. Per chi non li conoscesse, i Ninos Du Brasil sono veneti, provengono dalla scena punk hardcore, in passato hanno pubblicato per la DFA e oggi fanno una sorta di techno-samba. Per quelli che se non si dà il giusto nome alle cose non si è recensori fighi a sufficienza, questo tipo di samba particolarmente percussivo e ripetitivo è detto batucada. Sperando che queste informazioni di routine siano sufficienti (in caso contrario ne troverete quante ne vorrete in tutti gli altri commenti ai loro album), passiamo a dire che la proposta dei Ninos Du Brasil sta diventando sempre più cupa e orientata alla techno più techno e alle creature della notte – clubber o pipistrelli vampiri che siano. Difficile non avere voglia di mettere su in loop “Condenado Por Un Idioma Desconhecido”, caratterizzata da un effetto droga come simile a quello del loro precedente successo “Tuppelo”, e se l’intento era quello di divertire, beh, ci sono riusciti ancora. Esclusivamente per gli amanti del ritmo. 77/100

 

Mana – Creature. Diversamente dal rock, che non riesce mai a internazionalizzarsi più di tanto, l’elettronica italiana regala ancora soddisfazioni: dopo Clap! Clap! e Lorenzo Senni su Warp, ecco anche Daniele Mana (precedentemente Vaghe Stelle) passare dalla Other People di Nicolas Jaar alla Hyperdub. L’EP di Mana, Creature, è denso di esplorazioni synth based, forse un po’ artigianali in alcuni punti, ma con un piglio avventuroso e un pizzico di sentimento che dimostrano personalità e tanto potenziale. Con l’aumento di visibilità, si spera che tutto questo potenziale possa essere presto espresso nella sua massima forma. Resteremo in ascolto. 78/100

 

Pan Daijing – Lack 惊蛰. Quest’anno la tedesca Pan ci ha viziato con Mono no aware, quindi il primo disco per l’etichetta di Pan Daijing era obbligatorio. E le aspettative non sono disattese, in fin dei conti. Già dalla copertina si intuisce quale sarà il mood del disco: violento, viscerale, indecifrabile, che mette a disagio. Una massa informe di industrial, dark ambient, post-techno, che ogni tanto vi potrebbe dare dei seppur scomodi punti d’appiglio – Act of the Empress con la sua cassa crudele -, ma per gran parte del viaggio vi lascerà inquieti e spaesati. È qualcosa che, nella musica elettronica degli ultimi tempi, vediamo sempre più spesso (ho ancora nelle orecchie non solo il live di Lanark Artefax, ma anche l’album di Iglooghost): lo sfidare l’ascoltatore togliendogli da sotto i piedi ogni tipo di struttura o di elemento familiare, lasciandolo totalmente in balia delle intenzioni dell’artista. In questo caso Pan Daijing ci vuole portare in posti sgradevoli più che sgraditi, ricordandoci quanto il corpo e i sensi possano influenzare l’intelletto, che alcuni culti vorrebbero slegato dall’esperienza terrena. Ed infatti, ascoltare questo disco senza provare sensazioni che solitamente sono molto estranee all’ascolto di un disco non è facile. Provateci e fateci sapere. 75/100

 

Sote – Sacred Horror in Design. Quando si è alla ricerca di qualcosa di diverso dal solito, la notizia che esista dell’elettronica dalle radici iraniane non può che far drizzare le antenne. Il mix proposto da Sote (Ata Ebtekar) è facile da concepire ma non da ascoltare. O meglio, mescolare l’elettronica con la strumentazione tipica della regione X (in questo caso, appunto, l’Iran) nel 2017 non è certo la trovata più originale possibile, ma i risultati possono essere dannatamente interessanti e affascinanti, come in questo caso. Il difetto ovviamente c’è, ed è questo suo cercare di essere artistico ad ogni costo, a volte al limite dell’ascoltabile o del sopportabile. Ci vuole una discreta dose di coraggio per ascoltare Sacred Horror in Design per intero, ma provarci ne vale sicuramente la pena, già solo per la splendida “Flux of Sorrow”. Andare oltre e approfondire, tuttavia, è un’impresa che va addirittura oltre le capacità delle orecchie più allenate. 77/100

 

STILL – I. STILL è Simone Trabucchi e anche il suo I esce per la qui pluricitata tedesca Pan Records. Trabucchi si è avvalso della collaborazione di sei vocalist afro-italiani, inseguendo concettualmente il filo conduttore che lega i suoi luoghi d’origine con l’Etiopia (in quanto ex colonia) e la più lontana Jamaica, passando per il suo progetto artistico Invernomuto. Ma al di là degli intenti sociali e intellettuali, pur sempre nobili, la cosa che conta di più è che l’elettronica di STILL è assolutamente fresca e qualitativamente allineata a quello che è lo stato dell’arte. 82/100

 

Umfang – Symbolic Use of Light. Di Umfang, aka Emma Olson da Brooklyn, si è fatto subito un gran parlare, perché la sua techno fa zero concessioni a qualunque altra cosa. Non c’è posto per infiltrazioni e contaminazioni di nessun genere, il suo Symbolic Use of Light (a proposito, titolo fantastico) è tutto un cassa-synth cupo e ossessivo. Tutto ciò sarebbe, almeno in teoria, molto bello; peccato che questo suo approccio duro e puro finisca per evidenziare i suoi stessi limiti, visto che ogni singolo spunto interessante viene ripetuto all’infinito e senza variazioni significative. Mancano lo spirito di avventura di Pantha du Prince e Trentemøller, il sentimento di Jon Hopkins o il romanticismo esotico di Four Tet. Dispiace, ma viene da pensare che così, a fare techno, possano essere bravi tutti. Si premia il giusto l’idea, non l’esecuzione. 65/100

 

A report ormai ultimato, arriva nella nostra casella di posta una mail in cui si parla di una nuova release della Knives, etichetta satellite della più nota Planet Mu e gestita da Kuedo e Joe Shakespeare, che negli ultimi anni ha già lanciato talenti come Jlin e JG Biberkopf. L’oggetto della lettera è quello di presentarci il mini-album di debutto del misterioso artista belga Obsequies

Obsequies – Organn. Ispirandosi alla poesia di Isidore-Lucien Ducasse “Les Chants de Maldoror”, l’EP di questo personaggio tutto da scoprire nasce della lezione di Ben Frost quando rivela bellezze abrasive e blisterate, e sposta il cursore in ambienti più romantici che potreste apprezzare se come è dovuto amate Brian Eno, e non vi dispiace un vago sentore retrogrado e cinematografico, che poi è alla base anche del progetto di Kuedo sin dai tempi di Severant. C’è tuttavia dell’oscurità latente, quasi claustrofobica, che fa da sfondo integratore alle varie soluzioni tecniche che rendono il suono generale, che di fatto risulta pieno di affascinanti contraddizioni e di multilivelli scomposti. A noi viene da definirlo electro cubismo sintetico, Obsequies ha scelto di chiamarlo Organn. 85/100

 

Webmaster, blogger e ghostwriter. Si dice che abbia una compilation con dentro ogni buona canzone mai scritta. L'immagine della perfezione è la Via Lattea su una foresta di aghifoglie. Se ha un suono ha anche un colore, e questo vale anche per l'acqua. Com'è evidente, ha sempre parlato per enigmi. Low e Loveless in blu come dischi della vita.

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