10 dischi 2017 per tenere il passo, part III

Ormai con questi report ci abbiamo preso gusto. Forse perché anche noi piace trovare in un solo pezzo un elenco di dischi con giudizi rapidi a fianco, e scoprire subito se c’è qualcosa in particolare da provare, o se condividiamo il pensiero di chi ha scritto di un album che abbiamo già ascoltato. A dire il vero l’idea sarebbe quella di trovare formato ancor più sintetico, in modo tale da raccogliere sorta di venti, forse anche trenta apoftegma di nuove uscite che poi possiamo anche decidere di trattare separatamente, nulla o nessuno ce lo vieta, oppure, visto che un articolo dedicato non sarebbe di chissà quale interesse, lasciare quell’altrettanto inutile sentenza rapida a non infamare più di tanto l’artista che l’ha prodotto, la casa discografica che ci ha puntato, e la distribuzione italiana che magari ci ha lasciato il promo. Vedremo. Magari potremmo fare una prova per il part IV prima della classifica di fine anno, ammesso che ce ne sia bisogno.

Courtney Barnett & Kurt Vile – Lotta Sea Lice. Di supergruppi ormai ne troviamo ogni due settimane. È più raro vedere invece due solisti unire le forze, soprattutto per qualcosa che non sia semplicemente un tour. È più raro ancora che una metà di questo duo di gemelli diversi sia un fenomeno indie in ascesa verticale come Courtney Barnett. Ora, Barnett e Vile a me sono sempre piaciuti, però per diversi motivi avevo diversi dubbi riguardo questa unione: se è vero che l’attitudine è molto simile – chiamiamolo scazzo più che attitudine, per capirci – i due fanno cose abbastanza diverse, lui molto più folk-americano e lei molto più indie-Pavement, lui più lento-triste e lei più uptempo-allegrona. Però sono comunque due personaggi di culto, quindi il disco ascoltiamolo senza pregiudizi perché magari è bello. Ed effettivamente è bello. È un album molto compatto, molto uniforme, in cui il suono è ben studiato e non ci sono sbavature o uscite dal pentagramma. La cosa particolare è che il mood è quello del capellone from Pennsylvania (quindi scazzato e leggero sì, ma di stampo molto folk e non scanzonato come quello della Barnett), ma il sound prevalente è quello della Barnett: si suona con il plettro tutto il tempo, e il fingerpicking tipico di Kurt Vile viene riservato a pochi episodi, nello specifico Let It Go, Continental Breakfast e la cover di Barnett di Peppin’ Tom, da quel mammasantissima che è Smoke Ring for My Halo. Stiamo sicuramente parlando di un disco riuscito, non certo una crosta o un rimorso, ma credo che possiamo tutti essere sicuri che, esaurito l’entusiasmo dato dall’uscita recente, saranno altri gli album che ascolteremo, sia dell’americano che dell’australiana. 71/100

 

Curls – Vante EP. Dio solo sa quanto abbiamo voluto bene a Christopher Owens. Oggi che esce con il primo mini della sua nuova band, dopo aver provato la carriera solistica senza successo, sia in studio di registrazione che come improbabile fotomodello, arriviamo al primo ascolto con un po’ meno curiosità che in passato. Poco da fare, senza Chet “JR” White, Owens non è stato in grado di mantenere il livello raggiunto nelle tre pubblicazioni dei Girls. Ci ha provato tre volte, riuscendo a piazzare il miglior colpo soltanto al terzo tentativo, con l’album Chrissybaby Forever (2015), quando però nessuno gli dava più fiducia. La nuova formazione porta nel nome una certa assonanza con il progetto originale (provate a pronunciare Girls e Curls), e sembra nascere senza una specifica poetica di fondo. Solo musica, non molto originale ma perlomeno suonata e arrangiata con gusto e rispetto per i classici (Lou Reed e Beatles i principali riferimenti dei due brani cantati, ma in realtà ci sono piaciuti di più i due strumentali), come se questo fosse un aperitivo per attirare le attenzioni di etichette discografiche disposte a investire sul talento di un artista che si è un po’ smarrito, ma che può ancora avere in canna un grande colpo, chissà. Abbocchiamo all’amo e vogliamo ancora crederci. Fosse per noi, uno che sa immaginare melodie di chitarra come quelle di “Dynamite” e “Golden Gate”, merita ancora una chance. 74/100

 

Destroyer – Ken. Poison Season (2015) era davvero troppo adulto e sofisticato, mancante di quella componente pop che Dan Bejar definisce “typical Destroyer bullshit”, e seppure pregno di contenuti, non era riusciuto a rispondere delle altissime aspettative conseguenti al successo (più di critica che di pubblico) di Kaputt (2011), invero uno degli album che facilmente troveremo in alto nella prossima classifica di fine decennio. Il nuovo si chiama Ken, e nasce dal working title di una delle migliori canzoni dei Suede, “The Wild Ones”. Non è chiaro, nemmeno all’autore, quale sia stata poi la vera ispirazione derivata da quel nome, ma ascoltando i suoi fluidissimi quaranta minuti, lo spunto deve essere stato quello di produrre di nuovo musica pop, mescolando la sua sensibilità canadese con la lezione di certo rock britannico anni Novanta. Meno atmosfere languide e sensuali, più canzoni in quanto canzoni. Quel minimo di basi elettroniche, non nascoste ma portate in primo piano, rendono più figosi arrangiamenti sempre curatissimi, ma di certo più essenziali rispetto ai precedenti due capitoli. L’album è prodotto da Josh Wells dei Black Mountain, che è anche batterista per il progetto di Bejar sin dal 2012, e ci piace molto, forse anche più di quel che dice il voto finale. 79/100

 

John Maus – Screen Memories. Da qualche anno a questa parte, tiene banco il trend retrofuturista. Nostalgia per un passato anni ’80 ormai distorto nel ricordo, ma che rivive in serie televisive come Stranger Things e The Americans, o nella musica pop di alcuni artisti come John Maus. Il quarto LP dell’artista originario del Minnesota arriva a sei anni dal precedente We Must Become the Pitiless Censors of Ourselves e non suona per niente come il luogo dove nel frattempo si è spostato per vivere, ovvero Honolulu. Anzi, è un disco realmente dark, in cui l’utilizzo del sintetizzatore modulare – costruito dallo stesso Maus – non è più minimale e votato al contorno della melodia, ma concretamente sostanziale. Dicevamo nella rece del nuovo di Fever Ray quanto non fosse facile trovare buona musica synth pop o meglio, interi album di quel livello al giorno d’oggi, ed ecco pronta la risposta di questo artista così affascinante, non appena apre bocca. Già perché il resto lo fa la voce da baritono, così evocativa e gotica da fungere da strumento oltre che da veicolo di contenuti. Screen Memories è un albo di canzoni strambe che potrebbero far parte della colonna sonora di un film horror di quegli anni che oggi risulterebbe naïf e forse ridicolo, ma che pensandoci bene ti scuote ben bene le membra. Solo una traccia supera i quattro minuti, quindi in men che non si dica ti ritrovi in fondo a questi trentotto minuti ipnagogici e deviati. Finisci l’ascolto, ti guardi allo specchio e ti rendi conto che sì, ti sei divertito. 81/100

 

Julien Baker – Turn Out the Lights. Per parlare di Turn Out the Lights non riesco a non fare confronti col disco precedente di Julien Baker. Sprained Ankle era un album spoglio, personale, dimesso, intimo – non ai livelli di Carrie & Lowell perché lì le tematiche erano altre, ma il livello di “confidenza”, passatemi il termine, non era lontano dal Sufiano -, fatto fondamentalmente di chitarra e voce, in cui c’era questa traccia, Rejoyce, che spuntava sul resto per l’essere quasi aggressiva a confronto con le altre. Nel suo nuovo disco la Julietta mantiene gli stessi toni, i tag sono sempre quelli, tra slowcore ed Elliott Smith (ascoltate Even e provate a non pensare a Either/Or), ma è più scaltra, quella sorta di esplosione che rendeva “Rejoyce” così diversa dal contesto in “Sprained Ankle” qui diventa cifra stilistica di diverse canzoni; non solo: anche la strumentazione non si limita alla chitarra, ma addirittura ci sono altre voci, piano, archi, riverberi che, appunto, si adattano al tono di voce che Julietta nostra sta adottando. Il risultato è un disco in cui i singoli (o potenziali tali) forse sono visibilmente migliori delle altre canzoni, ma queste non risultano certo filler di contorno messi lì per arrivare a 40/45 minuti e giustificare un LP, è solo che canzoni come “Appointments” e “Claws in Your Back” sono canzoni strepitose. Ora. Forse siamo presi bene perché è un periodo un po’ di magra per il rock, e trovare un disco come piace a noi di questa qualità è davvero una ventata di aria fresca, ma l’impressione è che davvero ci si trovi davanti a qualcosa di speciale. 87/100

 

Lost Horizons – Ojalá. Due vecchi amici si ritrovano dopo oltre vent’anni e ricominciano a suonare assieme. Sono Simon Raymonde, bassista dei Cocteau Twins e fondatore della Bella Union records, e Richie Thomas, virtuoso batterista del quartetto dream pop strumentale Dif Juz, che a metà anni Ottanta collaborava con Elizabeth Fraser e compagni. Assieme formano una sezione ritmica dinamica a cui si aggiungono la chitarra e qualche elemento di elettronica suonati dallo stesso Raymonde, e le voci di un cast di personaggi eterogenei, alcuni sotto contratto con la Bella Union, fra cui spiccano Marissa Nadler e Tim Smith (ex Midlake), altri battitori liberi come Ghostpoet e Karen Peris. Il disco offre oltre settanta minuti di musica da collezione autunno-inverno, e appare da subito elegantissimo, sfoggiando un vestito dai toni soul e dream, con mélange di modern folk più minimale, che svecchia nella mente il suono di certe pubblicazioni a cui fa comunque primo riferimento. Ci sta piacendo in misura proporzionale all’ineluttabile discontinuità data dai diversi interpreti delle melodie vocali. Gli arrangiamenti funzionano benone, i cantanti, inevitabilmente, per quanto forniscano prestazioni appassionate, non sono tutti di pari rango. La durata massiccia può sembrare un ostacolo, in tempi in cui si pretende di capire e consumare tutto in un nonnulla, ma in realtà, visto il pubblico a cui si rivolge l’uscita, alla fine risulterà un punto di forza. 78/100

 

The Used – The Canyon. Siamo andati su Metacritic per rintracciare qualche buon album rock che, non potendo stare dietro a ogni uscita, ci siamo persi negli ultimi mesi. Incolonnando quelli coi rating più alti, è venuto fuori in evidenza questo The Canyon degli Used, band alternative (?) rock originaria dello Utah. Per sapere chi cavolo fossero siamo poi andati a cercare il loro profilo su Rate Your Music, dove abbiamo scoperto che questo è il loro ottavo album in studio, e che gli utenti del portale valutano la loro discografia con una media voto di circa il 2,6 stelle su cinque. Insomma, ai più, fanno schifo ar ca’. Eppure devono vendere discretamente per avere ancora un budget tale in grado di assoldare quel diavolo di Ross Robinson (il guru del nu-metal, per chi se lo fosse saggiamente dimenticato) in cabina di regia, e devono aver pubblicato un disco che non mette d’accordo stampa specializzata (Metacritic raccoglie e fa una media voto con le recensioni delle maggiori riviste e webzine specializzate, che evidentemente lo hanno apprezzato) e pubblico (gli utenti di Rate Your Music in questo caso, che non sono pochi, e solitamente, a parte i metallari che inficiano il valore di certe chart e che vanno filtrati, sono ascoltatori molto preparati). Per quanto si tratti di un prodotto ben confezionato e pensato per un ascoltatore che stentiamo a individuare, ma che evidentemente esiste, il loro rock non può raccogliere consensi da queste parti. È roba che non sappiamo se definire adolescenziale o cosa. A tratti sembra di sentire del punk rock da Total Request Live, in altri una band emo in costume hair metal, e con il poster dei Guns n’ Roses appeso su un lato del tourbus. Questa non è una recensione, ovvio, ma visto che ci è capitato di doverli ascoltare, siamo costretti a schierarci dalla parte degli utenti di RYM. 50/100

 

William Patrick Corgan – Ogilala. Ecco un’altra vicenda che cerchiamo di trattare marginalmente, perché a lui abbiamo voluto bene negli anni Novanta e fin quando c’abbiamo creduto anche nel nuovo millennio, e perché non è che ci faccia divertire dover commentare l’ennesimo tonfo melodrammatico del personaggio, sempre più involuto e incapace di mettere al mondo canzoni degne del suo glorioso passato da rockstar. Un passato di cui evidentemente non vuole del tutto liberarsi e di cui sente il peso, che non lo fa elevare a una fase successiva della vita da artista. Gli Smashing Pumpkins sono stati in grado di entrare nei cuori di centinaia di migliaia di ragazzi in tutto il mondo, i suoi progetti successivi al primo scioglimento della band… una crosta dopo l’altra, senza interruzione di continuità. Ascoltando Ogilala – qualunque cosa significa, non ci interessa né indagare né saperlo – soffri le pene dell’inferno ritrovando quella voce un tempo peculiare viva e rabbiosa, oggi intollerabilmente stanca e nasale. È un disco di sole ballate al piano e alla chitarra acustica, sospinte da arrangiamenti barocchi, orchestrali, al limite del pop sinfonico e cosparsi di mellotron ad libitum. C’è impegno e un’idea di suono precisa – come d’altronde accadeva in The Future Embrace, il suo primo solista – ma il risultato è stucchevole, pressoché impossibile da mandare giù tutto d’un fiato. In lingua inglese si potrebbe dire che William Patrick Corgan (così si vuole far chiamare, ma per noi resta Billy) tries hard to pretend di suonare e quindi essere come era. Non bastano il mellotron giusto, il vibe di alcuni pezzi lenti di Siamese Dream, e una registrazione effettivamente impeccabile, e quindi l’impegno. Se non ne hai più, non ne hai più. 55/100

 

Wolf Alice – Visions of a Life. Dicesi confusione di intenti. Il secondo album della band capitanata dalla giovane Ellie Rowsell è un pastrocchio di cliché rock che in altri tempi, quando MTV dettava legge, magari avrebbe potuto anche vendere un milione di copie. Sembrava una band seria agli esordi, per quanto acerba e con un sound – approssimativamente descritto shoegaze pop – ancora tutto da definire. Con Visions of a Life invece provano già a passare alla cassa, sfruttando l’avvenenza della vocalist, una produzione costruita a tavolino ed evidentemente i fondi messi a disposizione dalla RCA. Il risultato è un rockettino per adolescenti delle scuole medie inferiori, che racconta turbamenti alternativi a quelli che può aver avuto Avril Lavigne, e che al massimo può coinvolgere chi all’epoca ha trovato credibili le Hole di Courtney Love, secondo periodo. Non ce ne vogliano, ma questa non è roba che può essere presa seriamente da queste parti. 41/100

 

Zola Jesus – OkoviZola Jesus non mi ha mai conquistato fino in fondo. È sempre stata obiettivamente molto brava, sempre capace di costruire belle canzoni con l’immaginario obscvro che piace a noi, ma trovavo che i suoni mi riportassero sempre un po’ troppo ad altri esempi migliori della stessa cosa, e che gli album mancassero di quell’omogeneità necessaria a farti riconoscere le singole canzoni come provenienti tutte dallo stesso blocco di marmo. Con Okovi ci è riuscita, tanto che è probabilmente il suo miglior lavoro finora. È tutto al suo posto, sia dal punto di vista del mood (anche se, parliamoci chiaro, la Nika nostra non è mai stata confusa con i primi Beach Boys) sia dal punto di vista dei suoni, che davvero rendono questo disco un tutt’uno. Gli archi di “Exhumed” fanno capire subito che questi saranno ben presenti e quasi dominanti per tutto il disco, ma la bravura della strega cresciuta nel Wisconsin sta nell’accostare con grandissimo gusto agli archi diversi altri elementi, basti guardare all’elettronica che inquina pian piano “Wiseblood”, o a “Veka”, in cui una lunga intro dark ambient lascia spazio ad una drum machine che sembra quasi una cassa dritta. Ma quello che colpisce di più di Okovi è la performance vocale: difficilmente ricordo una Zola Jesus così audace nel lanciarsi nei suoi acuti sgraziati e maestosi, così decisa a mettere al centro della sua melma sonora la sua voce limpidissima. In certi momenti ricorda quasi le performance di becere cantanti mainstream che non riescono ad offrire niente oltre la mera performance, solo che le Florence di questo mondo non hanno certo una “Veka” in repertorio. 75/100

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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