10 dischi 2017 per tenere il passo, part II

È ancora presto per giudicare l’annata 2017, ma l’esplosione di uscite più o meno significative delle ultime settimane ci costringe ad accumulare in un unico post una decina di pezzi che stavamo elaborando per recensire altrettanti nuovi album. Ecco quindi la seconda parte del 10 dischi 2017 per tenere il passo, in attesa degli articoli su nomi che saremo costretti a trattare separatamente come The National, Metz, Chelsea Wolfe, St.Vincent, The World Is a Beautiful Place…, e forse di un altro report che raccolga una manciata di uscite electro che è bene tenere d’occhio, ma che forse prese singolarmente non riceverebbero la stessa attenzione. Perché anche a noi, mettendoci dalla parte dei lettori/consumatori di musica, le raccolte di recensioni con voti e apoftegma sono sempre piaciute…

 

Algiers – The Underside of Power Ecco un disco serissimo che non avevamo avuto modo di ascoltare (non tutti i promo arrivano alla nostra casella postale evidentemente), e che rischiava di rimanere fuori da una possibile chart di fine anno in cui, allo stare delle cose nel momento in cui scriviamo, questo secondo sforzo degli Algiers merita assolutamente di presenziare in bella vista. I suoni del combo di Atlanta sono davvero ben calibrati per un originalissimo ibrido industrial soul – o electro blues se preferite – in cui la voce motown classic di Franklin James Fisher e i sintetizzatori un po’ Depeche Mode anni Ottanta, un po’ Tv on the Radio (per capirci, ma parliamo di tutt’altra roba) fanno la parte dei protagonisti con una carica punk straripante. E quando c’è anche la chitarra a dire la sua, come in “Animals”, tornano alla mente le selvagge serate rock infrasettimanali nei club dei centri storici universitari altrimenti dedicati alla house e alla dance commerciale. Un disco questo degli Algiers che meriterebbe un approfondimento anche dal punto di vista delle liriche e del messaggio generale, visto che l’ampissimo spettro socio-musicale che sembra abbracciare il quartetto pare proprio un esperanto in grado di portarti da una parte all’altra della storia della musica rock. C’è il gusto della black music con i suoni e i rumori dei bianchi, e viceversa, in una commistione che funzionerebbe anche come base per un musical o una serie tv ben documentata come quelle alla The Wire o Treme. Riascoltiamolo insieme, ma The Underside of Power potrebbe essere un piccolo capolavoro. 86/100

 

Amenra – VI Ricapitolando, gli Amenra sono un combo belga che a parte qualche split con altre realtà della scena fiamminga, dal 2003 produce album post metal intitolati laconicamente Mass. Gli ultimi due, in particolare, sono in commercio sotto la supervisione della Neurot Recordings, segno che qualcuno dalle parti di Oakland deve aver trovato nella loro proposta elementi di interesse per il pubblico di Neurosis e simili. È chiaro che anche nel sesto album di cui parliamo in questa mini-recensione lo stile predominante è quello che nella matrice post hardcore ha trovato fessure ambient e landscape in cui precipitare urlando e sbraitando come è canonico che sia in questo sottogenere del metal. I contrasti tra queste parti più dilatate e quindi atmosferiche e le tempeste sonore che impattano su di esse formano la materia di cui sono fatti gli Amenra. A noi, più che a Scott Kelly e compagni, viene da collocarli più vicini ai Cult of Luna di Salvation e Somewhere Along the Highway (quindi a un suono datato circa 2005) nella discoteca, e di utilizzarli come ulteriore argomentazione ai Sumac per elaborare il pensiero forse irrealistico che in realtà il ciclo del post metal è ricominciato o mai finito. È stato bello vivere il meglio di quella scena nello scorso decennio, ma poi, d’un tratto, ci siamo resi conto che niente era più all’altezza di quanto pubblicato ormai anni addietro, perché il suo tempo era ormai passato, cambiato, evoluto, e noi con esso. Gli Amenra, pur senza il più articolato lavoro di chitarre di quelle storiche band, ci fanno un effetto quasi amarcord. Mass VI è buono come lo era il V, ma l’unica cosa che può sperare per essere notato è di risvegliare le attenzioni di chi dieci-dodici anni fa era in fissa con certa roba e aveva investito su di essa. 74/100

Anathema – The Optimist Provate a cercare su Rate Your Music o anche banalmente su Google quali sono le maggiori band della scena del Merseyside, ovvero della contea metropolitana più grande del nord ovest dell’Inghilterra. A sorpresa, dopo Beatles e Echo and the Bunnymen, e prima di La’s e Teardrop Explodes, arrivano proprio gli Anathema. Una band di astrazione death doom metal nel podio di Liverpool, ci avreste creduto? D’accordo, non c’è questa grande competizione ed evidentemente da quelle parti il rock non ha saputo voltare pagina dopo lo scioglimento dei Fab Four, ma è altrettanto curioso notare che un combo che resiste sulla scena da oltre venticinque anni come quello dei fratelli Cavanagh è in realtà molto più popolare di quanto si potesse immaginare. Escono nel 2017 con The Optimist, il tredicesimo albo in studio, e proseguono sulla scia di quanto prodotto negli ultimi quindici anni, ovvero da quando hanno abbandonato le matrici metal del loro suono per approdare a uno stile difficile da definire con una sola parola, ma che di certo include elementi post, new age e progressive. Se ai tempi di A Natural Disaster (2003), invero il momento in cui fecero il grande salto, qualcuno osava menzionare una improbabile affinità coi Radiohead (seee, come no), nel corso del primo decennio dei Duemila gli Anathema hanno via via voltato le spalle ai metallari che li seguivano dagli esordi, e provato ad avvicinare chi veniva da ascolti più eterogenei e soprattutto chi, ancora alle prime armi, cercava alternative al rock concettuale dei Pink Floyd o dei più contemporanei Porcupine Tree. L’idea da cui nasce The Optimist – titolo che non risulta più un ossimoro considerato il tasso di saccarosio presente nelle ultime pubblicazioni – è quella di ripartire dalla copertina di A Fine Day to Exit (2001) per un concetto, soprattutto musicale, delicatamente elettronico e orchestrale, in cui però tutto sembra blando e meno ispirato di quanto i fan potevano sperare, visto che l’incipit promette loro atmosfere buie come non ne avevano più trovate negli Anathema. Ma nello scenario notturno delle undici canzoni mancano le tensioni e le progressioni dei tempi migliori, che sono quelli di fine anni Novanta. Chiaro che siamo un bel pezzo avanti e che questo è comunque un logico follow-up di Distant Satellites (2014), eppure ci sono troppi momenti in cui la band non domina l’arrangiamento prescelto, sia quando la volontà sembra quella di restare sobri, sia quando c’è più voglia di frugare nei cassetti della memoria e proporre un suono più potente e articolato. E ciò è ormai impensabile che possa essere curato: il gruppo, pur con tutta la passione che possono metterci i Cavanagh, non ha la sensibilità artistica per diventare ciò che vorrebbe diventare, e purtroppo invece di tornare a suonare come veniva loro più spontaneo suonare, va errando alla ricerca di non si sa quale trovata che possa renderlo appetibile a un pubblico indie che invece non ne vuole sapere. Quanto sarebbe stato più proficuo, dopo aver esplorato altre possibilità con A Natural Disaster, tornare ad evolversi sulle basi di Alternative 4 (1998)? Forse, a questo punto, gli Anathema avrebbero raccolto anche i consensi di quelli come noi che negli anni li hanno coglionati di gusto. 58/100

 

Celeste – Infidèle(s) Dieci brani, 49 minuti di foga sludge-core degna dei maestri americani, ovvero Orchid e Converge, cui da sempre i lionesi Celeste si rifanno, aggiungendo ingredienti culturali francesi ed evoluzioni interne alle tracce che finiscono per estendersi spesso oltre i cinque minuti, riuscendo comunque a tenere col fiato in sospeso chi si sottomette alla loro furia misantropica. La qualità della loro proposta rimane su livelli alti anche con il quinto album Infidèle(s), che arriva a quattro anni dal precedente Animale(s). I ragazzi fanno ottima musica anche e soprattutto quando si concedono code e virate post metal che, ruvide come restano le chitarre e il suono generale, danno sano nutrimento a chi per anni, nello scorso decennio, è campato di queste robe violente eppure dal contesto profondamente intellettuale. Qualche variazione in più nella strumentazione, qualche stacco in più da quanto comunque piace così compatto e monolitico, forse renderebbe la proposta ancor più avvincente e fruibile da un pubblico minimamente più eterogeneo. Ovvero, se la formula avesse previsto qualche contentino per le orecchie dell’indie nerd del momento, quella dei Celeste sarebbe stata una discografia in grado chi, proveniente da tutt’altri ascolti, negli anni si è per esempio preso la briga di provare roba di chiaro stampo metal come Agalloch, Type O’Negative, Ulver e altra musica di genere altrimenti destinata a un pubblico di genere. Purtroppo, ma anche per fortuna, i Celeste rientrano in questa categoria. 80/100

Liam Gallagher – As You Were Pare abbia detto che se questo primo disco a suo nome non piacerà, visto lo sforzo impiegato, non sentiremo più parlare di lui perché non ci riproverà. E allora è davvero il caso di farglielo sapere che le dodici canzoni di As You Were – più tre bonus che ci siamo rifiutati di ascoltare – sono di una banalità e bifolcheria che fatichi a trovare termini di paragone. Ed è da questa sbobba che capisci che forse, se gli Oasis si sono sciolti, forse è realmente meglio così. Non che Noel da solo sia stato in grado di fare chissà quanto meglio, ma perlomeno ci ha evitato i luoghi comuni, le penose citazioni, i soliti refrain da rocknrolla zotico che Liam si è affibbiato addosso convinto di risultarne figo. Avevamo provato i singoli “Wall of Glass” e “Chinatown” e c’eravamo detti che non poteva essere tutto così misero e prevedibile. Invece sì, e le altre canzoni sono anche peggio. Se questo albo andrà male come è ovvio che sia, prima o poi lo ritroveremo sul palco col fratellone, statene certi. 24/100 e grande ritorno del simbolo della pietra dello scandalo. 

 

Mastodon – Dark Cold Place Chi ha seguito il nostro sito sin dai tempi in cui si chiamava Panopticon sa che per molti anni abbiamo ritenuto i Mastodon la migliore formazione propriamente metal attiva nel primo decennio del nuovo secolo. Prima ancora, nei forum online dove moltissimi ancora oggi alla lettura si ritrovavano anziché oziare su Facebook, avevamo giubilato del loro percorso che li aveva portati dallo sludge degli esordi al progressive metal alternativo, si fa per dire, a quello dei Tool, cui aprirono i concerti italiani dell’autunno 2006. Negli anni qualcosa è cambiato e il divertimento è andato scemando. Abbiamo provato a farceli piacere ugualmente perché la simpatia per i personaggi – che effettivamente sono dei gran cazzoni – non è mai mancata, e il rispetto per quanto fatto coi primi tre album, in un panorama post metal che salvo qualche eccezione più deserto non si può, ci ha sempre spinto a credere che prima o poi sarebbero tornati alle origini. Invece, dispiace dirlo, da quando hanno lasciato lo storico produttore Matt Bayles – fondamentale anche con ISIS e Botch, per dire – hanno sprecato tantissimi riff e melodie senza trovare più quella fluidità animalesca che ancora in Blood Mountain riusciva a bilanciare le strizzate d’occhio al pubblico rock più vasto e generico. Quello dei Metallica, per capirci. Tre delle quattro tracce di Dark Cold Place provengono dalle sessioni di Once More ‘Round The Sun (2014), mentre “Toe to Toes” è una outtake del recente Emperor of Sand. Si era vociferato che si trattasse di un mini album inizialmente scaturito da un progetto solista abortito di Brent Hinds, invece sono soltanto scarti dai precedenti due full lenght. Roba che scorre abbastanza bene e che si va a tuffare nella ballatona elettroacustica che dà il titolo all’EP, e che forse è l’unico brano che potrebbe figurare in un ipotetico best of della band di Atlanta. Non ci sono nuovi elementi di interesse altrimenti, tutto suona 100% Mastodon seconda fase, e se siete completisti o ancora appassionati, non mancherete di acquistarlo. Tutti gli altri passeranno oltre senza rimorso. La cosa più bella? La copertina. 64/100

Prawn – Run È incredibile che le maggiori riviste online continuino a far finta che i Prawn non esistano. Cercate su Pitchfork, Consequence of Sound, NME o dove vi pare, e raramente troverete recensioni su di loro. E se era comprensibile perderseli ai tempi dell’esordio autoprodotto You Can Just Leave It All (2011), arrivati a questo terzo album è davvero assurdo che musica emo core di simile fattura debba passare in cavalleria. I Prawn sono il meglio che tale genere ha conosciuto dai tempi d’oro di Mineral, Texas Is the Reason o American Football. Non ci si stupisce più di niente in tempi in cui un disco rock viene consumato e dimenticato con la velocità con cui al mattino prendi un caffè al bar, ma l’ingiustizia è palese, perché anche Run – che recupera alcuni degli elementi del suono e della scrittura del memorabile debutto – propone undici canzoni che ti fanno stare bene e sentire giovane. Magari non sono più la band avventurosa di un tempo, ma sottratto un po’ dello zucchero che rendeva a tratti stucchevole il precedente Kingfisher (2014), viene fuori un gran gusto indie, in cui i Pavement e i Dismemberment Plan sembrano suonare midwest emo, e in cui rinviene la vocazione romantica dei migliori Explosions in the Sky. Le chitarre che si intrecciano sanno di scenario americano dei primi anni Duemila, quando il college e il post rock incrociavano le proprie trame rendendo fresco e sincero uno stile, l’emo, che ormai stava diventando tutt’altro, cambiando i suoi connotati originali. I Prawn recuperano il vero di quel periodo in pezzi straordinari e commoventi come “North Lynx” o “Leopard’s Paw”, dove finiscono per toccare i vertici massimi che questo genere era stato in grado di raggiungere. Non è poco, e non può essere lasciato cadere nel dimenticatoio. Questo è un grande album ragazzi. 85/100 

Sólstafir – Berdreyminn Gli islandesi Sólstafir ricordano un po’ i Tenhi. Nel senso che nella testa dell’ascoltatore indie snob che vi si avvicina grazie a qualche recensione della webzine preferita, hanno lo stesso significato di inattesa comunione con sonorità altrimenti appannaggio del solo pubblico black metal o comunque di natura tristofante (per una definizione di tale neologismo vi rimandiamo al nostro forum). Non fanno dark folk ma appunto metallo nero atmosferico, avvicinandosi semmai a territori post noise e addirittura goth rock. Niente di estremo o di difficile ascolto, niente di disturbato alla Burzum. Anzi, nel sesto album Berdreyminn di metal è rimasto solo lo sfondo integratore, e per quanto alcune soluzioni stilistiche facciano capire da quali basi provengono, il presente è studiato nel dettaglio e pieno di concetti sonori mutuati da altri generi. Un effetto che potreste aver già vissuto quando gente scandinava come Ulver, Manes, o gli stessi Katatonia si mosse da esordi malvagissimi verso scenari comunque oscuri ma più ambientali, riflessivi e in senso lato post metal. I Sólstafir rientrano nell’ormai sempre più ampia categoria di band che fa questo percorso, non rinnegando le radici, ma avanzando a una nuova fase della vita in cui inevitabilmente, se sei sopravvissuto, devi fare i conti con l’età adulta. 68/100

 

Steven Wilson – To the Bone Steven Wilson è un grande musicista e certo un profondo conoscitore del rock. I suoi Porcupine Tree sono una delle band più rilevanti che il progressive rock britannico abbia mai prodotto, soprattutto per quanto pubblicato nella seconda metà degli anni Novanta, periodo forse un po’ oscurato da quel minimo di popolarità ottenuta nel nuovo millennio, quando il titolare del progetto ha fatto comunella con band di origini metal quali Anathema e Opeth. Da quel momento in poi, per quanto ci riguarda, il nostro ha sbarellato. Ora, stando alle sue dichiarazioni, nel suo quinto LP solista si è ispirato ad alcuni dei suoi album preferiti di quando era giovanotto, nella fattispecie So di Peter Gabriel, The Colour of Spring dei Talk Talk, Hounds of Love di Kate Bush e The Seeds of Love dei Tears for Tears. Tutta roba che sta bene assieme, effettivamente. Ma è proprio ascoltando questo To the Bone che scopriamo una volta per tutte che Wilson di quella musica non ha capito niente. Ha travisato tutto, e se questo è, stando al titolo, rock essenziale, ridotto all’osso – e quindi sincero? – allora per Wilson il primo Bon Iver, per fare un esempio, dev’essere un reperto proveniente dal mesozoico. Ammessa l’incoscienza nel definire quanto sta mettendo al mondo, il leader dei Porcupine Tree resta sicuramente un maestro nel garantire alle sue creazioni un suono di una pulizia scientifica e che giustamente negli anni in tanti hanno definito floydiano, e per quanto esso non sia certo ciò che magari tutti vogliono nel rock, è del tutto legittimo il suo ricercarlo a beneficio di un pubblico che invece è rimasto legato a produzioni che oggi consideriamo convenzionali, ma che un tempo erano il traguardo che i più cercavano di raggiungere in studio. Che importa se non si sopportano i ritornelli corali e le interpretazioni vocali delle ospiti femminili, Steven Wilson non ha mai voluto l’urgenza espressiva, ma la perfezione teatrale per le sue mini-opere. Qual è il problema se arrivi in fondo e non hai capito che cosa hai ascoltato e senti di aver perso un’ora della tua vita a cercare di capire dove le tracce vogliono andare a parare? Perché fai la raccolta differenziata della plastica e perché alcuni credono che il futuro dell’automobile sia elettrico? Insomma, To the Bone può anche risultare inascoltabile e sfighèz a chi non ci trova nulla di vero, e una gran confusione di idee che troppo furbescamente qualcun altro vorrebbe far passare per delizioso progressive pop. Poiché noi non scriviamo per questi ultimi, mettiamo un voto insufficiente. 45/100

 

Unsane – Sterilize Come fai a non voler bene agli Unsane? La loro formula non è variata molto nel corso di ormai quasi tre decenni in cui hanno pubblicato solo otto album, ma quando cerchi del sano noise rock d’assalto o vuoi godere del suono sludge prima che questo diventi cafonaggine metal, con Chris Spencer e soci vai sempre sul sicuro. Anche il nuovo Sterilize, il primo su Southern Lord, offre trentasette minuti di puro spirituale degli Unsane, e se proprio c’è un elemento nuovo da valutare, quello è la qualità della registrazione, visto che per la prima volta il combo di New York ha scelto di autoprodursi. Il risultato, manco a dirlo, è pienamente a fuoco, e sebbene nella loro discografia manchi un qualsiasi colpo di scena, c’è anche da comprendere che questi ragazzi non hanno neanche intenzione di smettere di credere nella loro legacy, fintanto che nonostante il passare degli anni, appare ancora energica come agli esordi. Per questo, un albo tutto loro, senza nessuno ad aiutarli in cabina di regia, è la mossa più naturale che potessero fare. Prendere o lasciare, rifornirsi o cercare nutrimento altrove. Questi sono gli Usane. 78/100

 

P.S. certo che a rileggere questi dieci… ma che c’entra Liam Gallagher in mezzo a loro? Poverino.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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